L’irruzione sulla scena mondiale di Trump stravolge i rapporti con l’Europa e costringe l’Unione Europea a rivedere le sue politiche verso gli Stati Uniti. Pena l’assenza di ogni ruolo sullo scacchiere internazionale
“C’eravamo tanto amati” all’inizio, appena finita la Seconda guerra mondiale, quando gli Stati Uniti d’America (e alleati) rappresentavano i “liberatori” (anche se a costo di immani sacrifici per l’Italia e, nello specifico, come non ricordare i bombardamenti di cui proprio Cori fu vittima; e permettetemi anche questo dato personale: sono nativo di Cassino, la Città martire, rasa al suolo dal fuoco alleato insieme alla sua Abbazia): nelle strade, nelle piazze d’Italia in macerie si solidarizzava con gli americani, soldati “buoni”, amichevoli, ben diversi dal ricordo dei militari tedeschi e SS.
E fu amore vero tra il nostro popolo e quello americano, e fu anche l’inizio di un rapporto fecondo e di un matrimonio solido, pure d’interesse, fondato su solide basi: e mi riferisco all’Italia ma anche all’Europa, perché tra le due sponde dell’Atlantico per 80 anni il rapporto è stato sempre molto stretto e la collaborazione anche, come si conviene ad “alleati” di primo livello.
In questo contesto come non ricordare il “Piano Marshall” (1948-50), un piano di aiuti economici all’Europa per contribuire a ricostruire le economie dei suoi paesi, che diede vita ad un legame forte tra Europa e USA. E poi la fondazione della NATO (1949), con l’obiettivo di creare un’alleanza militare tra gli Stati Uniti e i paesi europei per contrastare la minaccia sovietica negli anni della Guerra fredda.
La caduta del Muro di Berlino nel 1989 e la riunificazione tedesca nel 1990 segnarono la fine della Guerra fredda e l’inizio di una nuova era nei rapporti tra Europa e USA, soprattutto con la nascita dell’Unione Europea (1993), con la quale l’Unione ha rafforzato la propria integrazione e il proprio ruolo di primo attore nel mondo globalizzato; ma la collaborazione tra le due sponde dell’atlantico è continuata su questioni globali come la sicurezza, il commercio e l’ambiente.
Negli ultimi anni sono emersi anche i limiti della UE, che unisce i destini soprattutto economici e commerciali degli Stati europei, ma che è priva di una propria politica estera forte e di una propria autonoma difesa: limiti evidenti soprattutto dopo la guerra russo-ucraina, dove la politica di riarmo proposta dall’UE trova resistenze e distinguo all’interno dei singoli Stati. E poi, ed è attualità stringente, irrompe sulla scena Donald Trump (che mette sul piatto la sua complessa personalità, diciamo così), e tutto muta nei rapporti tra i due alleati storici atlantici, con gli USA che mettono in discussione tutto della vecchia Europa e del rapporto storico: con i dazi commerciali, minacciati, introdotti, ridotti il giorno e poi giù verso altre minacce di rialzo; con la questione artica (Groenlandia);
con toni inauditi e aggressivi tra Stati, nella politica estera e diplomatica, e soprattutto tra alleati storici; sino all’irrisione sul ruolo dei militari europei in Afghanistan. Emerge quasi un disprezzo per l’Europa e per i suoi Stati, e un continuo tentativo di dividerli, quasi ad inficiarne il percorso unitario compiuto.
Come se ne esca, da questa impasse, è oggettivamente difficile dire. O l’Europa fa effettivamente un salto di qualità in avanti e prova a diventare non più unione economico-commerciale, ma un insieme organizzato a tutti i livelli, politica estera e difesa in primis (gli Stati Uniti d’Europa), che deve saper parlare con un’unica lingua, come proposto da Mario Draghi, e deve anche sapersi dotare di meccanismi decisionali efficienti, abbandonando l’anacronistico diritto di veto per ciascuno dei 27 paesi dell’unione; o, altrimenti, deve prendere atto di questo navigare in mare aperto, senza puntelli, e in un mondo che cambia, provando a ridefinire il proprio ruolo, senza tentennamenti e senza riluttanze verso l’alleato maggiore da rabbonire, ma anzi rilanciando la propria identità culturale e politica di democrazia liberale e di patria dei diritti umani. Dovrebbe far proprie, l’Europa, le questioni poste con straordinaria lucidità dal premier canadese Carney a Davos, scrollandosi di dosso complessi di inferiorità e timidezze e ritrosie verso un Trump che sistematicamente prova a dividere e che alza sempre la posta su tutto per poi ragionare da affarista, sino comunque a raggiungere le proprie utilità. La crisi attuale dell’Europa sia pertanto un’occasione per un reale forte rilancio dell’Europa e su ogni scala, e anche una “lezione” a non confidare più di tanto sull’alleato storico dell’altra parte dell’Atlantico e ad intessere relazioni autonome con altre potenze (Cina, India).
Antonio Belliazzi