Il ragazzo africano che ti guarda negli occhi

Un pranzo occasionale è l’occasione di un racconto che svela le persone dietro ai numeri: la loro umanità e sofferenza. E vale più di ogni analisi sociologica

Nove miliardi di persone sono solo un numero. Sessanta milioni di morti un altro numero. Così come sei milioni di morti. Duecentomila annegati nel Mediterraneo si dimenticano subito. Come i settantamila di Gaza. Numeri, tutti numeri.

Scompaiono da quella scatola nera posizionata dinanzi al divano e si spengono anche nella nostra coscienza. Siamo dominati dai numeri e dagli algoritmi. Ma − non si inizia mai una frase con ma, ma chi lo ha stabilito? − se ti siedi a pranzo dinanzi ad un ragazzo africano che ti guarda negli occhi, e tu cadi in quello sguardo, e lui ti racconta che un giorno di giugno di due anni fa è partito dalla sua città sulle rive del fiume Gambia, per sfuggire alle violenze di suo padre e alla sofferenza di sua madre, che ha attraversato a piedi e con mezzi di fortuna il Senegal e il deserto del Mali, quello scatolone di sabbia della Libia con le strade che perdono la loro traccia nel deserto, per arrivare sulle coste della Tunisia, e poi camminare a piedi per altri trentaquattro chilometri, per andare dal punto di raccolta alla partenza, ma allora la cosa cambia.

E se ti racconta che in Senegal lo hanno arrestato perché i suoi soldi erano già finiti e che una persona l’ha ospitato per dieci giorni e poi gli ha detto adesso devi andare, e se qualcuno ti chiama per strada non ti girare, tira dritto perché non puoi più tornare indietro, e che ha viaggiato con il corpo, con i piedi, con gli occhi persi nella notte del deserto, bevendo acqua a piccoli sorsi, che è affetto da anemia falciforme e che il freddo della notte nel deserto aggravava la sua malattia, ma allora cambia anche di più. E che il viaggio in barca dura ventuno ore e per ventuno ore è rimasto senza urinare mentre gli altri la facevano nella bottiglia e il ragazzo italiano che gli siede vicino dice che è un fenomeno a giocare a calcio però la sua malattia gli impedisce di giocare a lungo e che gli piace la pasta al sugo, e lui conferma con gli occhi e con la testa solo pasta al sugo, che adesso lavora e fa il cameriere e sta imparando la lingua italiana, allora il discorso è proprio cambiato.

Appartiene al mondo, a quei nove miliardi di uomini da cui siamo partiti, che si muovono ogni giorno nel mondo per cercare il proprio destino, e non esistono linee di confine e polizie che tengano nella dimensione universale e senza tempo di quella che si definisce umanità. Si può anche morire, ma dopo avere intensamente vissuto e cercato quello che volevi.

Tommaso Conti

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