Spirito dell’Ottocento italiano
Dopo le tragedie manzoniane, si spegne la fiamma di un rinnovamento religioso del nostro Teatro, un Teatro che resterà, per l’intero secolo, l’espressione di quello che sarà lo spirito dell’Ottocento anche in Italia: spirito borghese, teatro borghese. Con tale parola ci si intende riferire allo spirito della maggioranza: spirito mediocre, non aristocratico e non popolare, di uno Stato retto dalle classi medie, disposto ad accettare l’unità d’Italia, che del Romanticismo accoglie non gli ideali ribelli ed eroici, ma quelli di giustizia. È questo il periodo in cui il grande pubblico italiano si rivolge con maggiore predilezione verso l’opera lirica. Di fronte al crescente successo del teatro musicale, il teatro “di prosa” si difende, più che per eccellenza di repertorio, per virtù di attori. E di questi, nel periodo viene elogiata soprattutto la “verità”, la “spontaneità”. Doti principali degli attori sono la prestanza fisica, la bellezza e la sonorità della voce, mentre lo studio dei migliori è quello della fedeltà al vero e ai caratteri rappresentati. Si attribuisce, ad esempio, a Giuseppe De Marini la lunga preparazione quotidiana del personaggio, quel lento abbigliarsi e truccarsi di cui, un secolo più tardi, Stanislavskij dichiarerà di aver appreso i segreti da Tommaso Salvini.

In tale contesto, si evidenzia Giovan Battista Nicolini. È, costui, un verseggiatore facile e sonoro che, in teoria, respinge i principi di Victor Hugo per propugnare una riconciliazione tra il vecchio e il nuovo, con tragedie in cui sono visibili gli influssi di Shakespeare, Schiller, Goethe, Byron, Hugo; tra queste opere − Antonio Foscarini la più compatta e meglio animata da un intrigo d’amore. Ma il fremito romantico verso la libertà, l’indipendenza e la rivendicata dignità umana, lo esprime nella sua opera massima: l’Arnaldo da Brescia, tragedia di proporzioni quasi epiche, dove i versi del Nicolini sono di un impeto e scioltezza innegabili.
Il teatro francese, largamente tradotto e rappresentato in questo periodo, solleva nuovo entusiasmo nella società borghese europea, a cominciare dall’Italia. Ci imbattiamo, qui, in un autore che, con i suoi trentanove lavori drammatici, ha un grandissimo consenso di pubblico: Paolo Ferrari di Modena, la cui unica passione autentica è il teatro. Il suo primo lavoro giunto alle scene è il più famoso: Goldoni e le sue sedici commedie, che mette in scena l’oggetto della sua passione (il teatro), la sua vita, i suoi sogni, le sue battaglie e le sue vittorie. Altro grande successo di questo autore è La satira e Parini dove, ponendo di fronte Giuseppe Parini e i membri della società che il poeta del “Giorno” aveva sferzato con la sua satira, riesce a toccare le note più gradite al pubblico grazie ad un personaggio immaginario e popolare, il marchese Colombi, figurazione parodistica dell’accademico ignorante e pieno di fumo. Il Ferrari si presenta puramente e semplicemente l’apologista della società borghese, per “darle ragione”, come viene detto, “anche e soprattutto quando essa ha torto”.
Diversi da quelli del Ferrari sono gli intenti di Pietro Cossa. Di fede anche lui borghese, liberale e anticlericale, si assume un compito curioso: quello di tratteggiare in “borghese” lsa, tragedia in versi, dando vita ad una sorta di romanticismo realistico. I suoi drammi sono tutti scritti in versi prosaicamente sciatti, ma conosce l’arte di sbozzare i caratteri, di farli vivere in scena con tocchi vigorosi. Le sue migliori opere sono romane, la più nota è Nerone, dove il protagonista viene presentato sotto l’aspetto dell’istrione più che con l’aspetto dell’Imperatore. In Plauto e il suo secolo, con un procedimento non dissimile da quello del Ferrari nel Goldoni, mette in scena il commediografo latino in mezzo ai suoi personaggi, presentandolo con dubbia verità storica, ma con un certo piglio austero, come vindice della moralità oltraggiata.
Un bilancio del teatro italiano di tale periodo può indurre ad un senso di delusione, in quanto alla passione del pubblico e al valore degli attori che riportano trionfi teatrali non sempre corrisponde una produzione di qualità. Parlando però del teatro di questo periodo, si dimentica una considerazione essenziale: “teatro” non è soltanto quello di prosa, c’è anche quello di musica. Ne accenneremo in seguito.
Tonino Cicinelli
Regista e direttore della compagnia teatrale “Amici del teatro”