Pillole cinesi

Pechino non è soltanto un colossale mercato commerciale, ma offre una visione del mondo che comprende innovazione tecnologica, e anche prospettive di nuove relazioni geopolitiche

“La percezione di un Paese è un indicatore di fiducia, di aspettative, di margini di cooperazione. Osservare come il mondo guarda alla Cina diventa un modo per misurare non solo l’evoluzione di Pechino, ma anche la trasformazione dell’ordine globale”. Oggi la Cina non conta soltanto per ciò che produce o esporta, ma anche per ciò che propone come visione del mondo. L’idea della Cina come potenza economica emergente nasce dall’esperienza quotidiana: il commercio estero cinese è cresciuto del 3,8 % nel 2025, le esportazioni sono salite del 6,1 %, mentre le importazioni appena dello 0,5 %.

La Cina è diventata uno dei principali laboratori di innovazione a livello globale. In molti settori tecnologici detta ormai il passo. Per anni è stata accusata di copiare proprietà intellettuali, ma quella fase lascia spazio a una nuova realtà: quella di un Paese che oggi genera innovazione propria a velocità vertiginosa. La Cina non è solo un grande mercato, ma un soggetto politico con proposte di gestione e di un ruolo internazionale. Le sue industrie, gli scambi, le infrastrutture, le piattaforme digitali hanno reso la Cina un fatto nella vita di imprese e cittadini, spesso anche su mercati ed in paesi lontani dall’Asia. Non a caso si fa sempre più determinante il suo ruolo nel contesto africano e centro- e sudamericano. L’idea che si ha della Cina viene sempre messa in relazione ad una visione che ne esalta la capacità di risoluzione pacifica delle controversie internazionali, pur nel rifiuto della logica dei blocchi e della forza. La Cina appare oggi come una delle potenze più affidabili di un ordine in cui nessuno Stato potrebbe e dovrebbe imporre da solo regole e sanzioni. A dispetto della minaccia dei dazi Usa, poi rientrata con una tregua obbligata per Donald Trump (vista la minaccia cinese di bloccare l’export di terre rare), la Cina ha risposto rafforzando l’export verso altri mercati, in particolare Asia, America Latina ed Europa.

In questo senso bisogna anche leggere l’aggressione scriteriata degli Usa al Venezuela, grande produttore di petrolio, e le continue minacce alla Colombia ed alla Groenlandia oltre che, nello scacchiere mediorientale, all’Iran. La leadership cinese sa benissimo che la politica di aumento delle tariffe scelta da Trump creerà problemi all’economia americana, almeno nel breve termine. La Cina, invece, punta sugli investimenti internazionali come strumento di apertura, in particolare ai paesi in via di sviluppo, come via per aumentare il suo ruolo nel commercio globale. Di conseguenza la Cina è stata anche favorevole ad allargare il gruppo dei Brics (attualmente Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) ad altri sei paesi (Argentina, Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti). Rimane sempre centrale il ruolo della Cina sul tema della transizione energetica. Il fabbisogno energetico della Cina è ancora soddisfatto per l’86 % da combustibili fossili, ma la Cina ha anche investito nelle energie rinnovabili, in particolare nel solare e nell’eolico, tanto che oggi è il più grande produttore mondiale di pannelli solari, di turbine eoliche e di batterie. Il successo in questo campo ha consentito alla Cina di diventare protagonista nel mercato mondiale delle auto elettriche (vende da sola più della metà delle auto elettriche del mondo).

È evidente che la situazione mondiale attuale sembra condurre verso una guerra commerciale di vasta portata ma, a differenza delle tensioni passate, Trump potrebbe trovarsi a dover affrontare questa sfida senza il supporto di alleati chiave in Europa. La mancanza di un fronte unito potrebbe rendere gli Stati Uniti vulnerabili a misure più incisive da parte della Cina. In questo quadro internazionale bene farebbero gli stati europei, aggrediti dalle politiche dei dazi americani, a riprendere la famosa “via della seta”. Riallacciare e rafforzare quei rapporti commerciali con la Cina, e magari con la Russia, che ci garantirebbero l’accesso al mercato asiatico e la garanzia di non soccombere ogni volta ai diktat dell’arrogante tycoon americano. Poi c’è la Groenlandia e le ossessioni di Trump, premio “Ignobel” per la pace. Ma di questo ne parlerò nel prossimo numero.

Ettore Benforte

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