Il romanzo di Salvatore D’Incertopadre tra storia vera e narrazione attraverso le vite quotidiane di Cori, Giulianello e Rocca Massima

Con La mucca di Petronio, lo scrittore Salvatore D’Incertopadre propone un romanzo breve ma intenso, capace di restituire uno spaccato autentico della vita durante la Seconda guerra mondiale. Ambientato tra gennaio e maggio del 1944 nel territorio dell’Agro Pontino, e in particolare tra Cori, Giulianello e Rocca Massima, il libro sposta lo sguardo dai grandi eventi militari alle esperienze quotidiane della popolazione civile, offrendo una narrazione che privilegia il punto di vista umano e concreto rispetto a quello puramente storico. In un contesto segnato dall’incertezza e dalla paura, uomini e donne cercano di adattarsi a condizioni estreme: rifugi improvvisati, grotte, scarsità di cibo e tensioni continue diventano la normalità.
È in questo scenario che si sviluppa la vicenda di Petronio, protagonista del romanzo, legata a un episodio tanto semplice quanto carico di significato: il ritrovamento di una mucca. L’animale diventa subito una risorsa essenziale per la sopravvivenza, una fonte di nutrimento preziosa per chi vive nascosto e in condizioni di emergenza. Allo stesso tempo, però, genera contrasti e sospetti, mettendo in luce dinamiche umane profonde. In una situazione al limite, ciò che può salvare può anche dividere. La mucca assume così un valore simbolico: rappresenta la vita che resiste, ma anche le fragilità e le tensioni che emergono nei momenti più difficili. Attorno a questo elemento si costruisce una narrazione che, pur partendo da un fatto concreto, si apre a riflessioni più ampie sulla convivenza, sulla fiducia e sulla difficoltà di mantenere coesione in condizioni di crisi. Da questo episodio prende forma una riflessione sul senso della Storia e sul modo in cui essa viene raccontata, come spiegato dall’autore stesso: «Le piccole storie spesso raccontano la Storia, la resilienza dei popoli, la solidarietà che nasce tra gli uomini quando sono colpiti da una calamità, la loro avversione alla guerra, la loro silenziosa contrarietà all’oppressione di regimi totalitari. Queste storie, spesso, non sono oggetto di approfondimento degli storici, più avvezzi ad affrontare il tema della guerra da un punto di vista più politico che sociale. Ma è proprio attraverso questi fatti che si può capire il pensiero di una comunità, la sua ambizione, la sua necessità di sognare un mondo libero, fondato sulla democrazia. La gente di Cori, in quegli anni, ha dimostrato proprio questo».
Il romanzo si inserisce così in un percorso di recupero della memoria collettiva, dando voce a esperienze che raramente trovano spazio nei racconti ufficiali. Attraverso le comunità di Cori, Giulianello e Rocca Massima emerge un quadro fatto di sacrifici, paure, ma anche di resistenza e speranza. Le vicende individuali si intrecciano con quelle collettive, mostrando come la Storia non sia qualcosa di distante, ma un insieme di vite vissute, di scelte quotidiane e di relazioni tra persone. In condizioni estreme, le persone sono messe a nudo, costrette a confrontarsi con sé stesse e con gli altri in modo diretto: «La guerra costringe gli uomini a essere sé stessi, a mettere a nudo il proprio animo, che difficilmente cambia se non avvengono fatti esterni a modificare lo stato di fatto. È simile a ciò che afferma il primo principio della dinamica. Lo dimostra il modo in cui dopo il 25 luglio gli italiani siano improvvisamente diventati antifascisti e, allo stesso modo, l’adesione dopo l’otto settembre di molti italiani alla Repubblica di Salò».
Una riflessione che suggerisce come il conflitto non trasformi radicalmente le persone, ma faccia emergere ciò che già esiste dentro di loro. In questo senso, la guerra diventa una lente attraverso cui osservare comportamenti, reazioni e scelte, mettendo in evidenza sia la capacità di solidarietà sia le spinte egoistiche che possono nascere in situazioni di difficoltà.
Il romanzo acquista un valore ancora più significativo se si considera la sua origine: la storia nasce da un racconto realmente accaduto, tramandato oralmente e giunto all’autore a distanza di molti anni. Questo elemento conferisce al testo una dimensione particolare, a metà tra testimonianza e narrazione. Trasformare una memoria in racconto ha richiesto equilibrio tra fedeltà ai fatti e costruzione letteraria. A tal proposito, D’Incertopadre spiega: «Ho scritto diversi romanzi storici nei quali, attraverso il racconto di personaggi realmente vissuti, sono riuscito a raccontare la Storia della guerra in luoghi a noi vicini, a noi noti. Il resto l’ha fatto la capacità di chi scrive nel rendere appassionante la lettura».
Il risultato è un testo essenziale nello stile, ma capace di coinvolgere e di restituire con efficacia l’atmosfera del tempo. La scelta di un linguaggio sobrio contribuisce a rendere la narrazione più diretta e incisiva, lasciando spazio alle vicende e alle emozioni dei personaggi senza sovraccarichi retorici. La mucca di Petronio non è soltanto un racconto ambientato nel passato, ma una testimonianza sempre più viva. Attraverso una storia semplice, il romanzo mostra come la Storia sia fatta anche di vite comuni, di piccoli episodi e di esperienze quotidiane che, nel loro insieme, contribuiscono a definire un’epoca. In questo senso, il romanzo di D’Incertopadre si inserisce in una tradizione narrativa attenta alla dimensione umana della Storia, capace di restituire dignità e valore a chi, pur non essendo protagonista dei grandi eventi, ne ha vissuto le conseguenze più profonde. La vicenda di Petronio diventa così emblematica di una condizione più ampia, che riguarda intere comunità e generazioni.
Tommaso Guernacci
Docente di Letteratura