Le bugie furono menzogne, oggi son virtù

Quando uscirà questo giornale saremo fuori dalla tempesta di chiacchiere e di sapienziali giudizi intorno al nobile strumento di democrazia partecipata come il Referendum del 22 e 23 marzo. Le ragioni e i torti degli uni e degli altri si saranno sedimentate nel trionfo o nella sconfitta, ma all’Italia non resterà altro che il rammarico di una Classe politica dal pensiero fragile e dalla improntitudine tetragona. Per settimane dovremo subire la pioggia di lapilli incandescenti degli uni e degli altri: chi per intonare l’inno alla gioia, chi per recitare il Deprofundis. E il Paese affonda!
Aver voluto trasformare un problema di civile organizzazione istituzionale nel sondaggio pro o contro l’azione del Governo in carica e nel gradimento o nella censura fattuale verso la signora Premier (che le menzogne le dice talmente bene che se le inventa) ha dimostrato quanto poco senso dello Stato alberghi in coloro che, chiamati a legiferare in Parlamento, hanno derogato dal loro mandato rinviando al popolo che molti di loro disprezzano. Hanno voluto “vedere l’effetto che fa”, ovvero sondare gli umori del popolo al quale, ormai, in molti ambiti, non resta altro che piangere. Ma ai nostri statisti dei giorni dispari poco importa: essi vivono in un magnifico altrove…

Questo Paese, per la vergogna di tanti bugiardi seriali, è ridotto a inguaribile mediocrità in campo economico, fiscale, morale, occupazionale, in quello della sanità e nei precari equilibri tra lavoratori attivi e pensionati. Ma il peggio (se può esserci un peggio maggiore del peggio) riguarda la politica internazionale dove i nostri Rappresentanti, quando va bene, fanno la figura delle statuine di gesso e, quando va peggio, quella delle ombre cinesi: parlano del nulla e si comportano da nullità. A forza di inchini verso le proprie ambizioni, la dignità personale e ancor peggio quella dell’Italia non v’è chi possa apprezzarla: solo silenzi complici possono coprire le nudità di una compagine di donne e uomini mal nati e vissuti peggio.

Augusto Cianfoni

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