Quando i bambini diventano il bersaglio di uno Stato
Mentre il mondo “civile” celebra la giornata mondiale dell’Infanzia con retorica istituzionale, migliaia di bambini a Gaza, in Cisgiordania e in Libano sono intrappolati in un incubo senza fine. Ma per loro non ci sono candele accese nelle piazze occidentali, né sanzioni immediate contro i carnefici. I diritti dei bambini sono sanciti dalla Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, approvata nel 1989 e ratificata dall’Italia nel 1991.
Questo documento stabilisce che ogni persona sotto i 18 anni gode di diritti specifici per garantire la sua sopravvivenza, protezione, sviluppo. Secondo i dati di Save the Children, oltre 20 000 bambini sono stati uccisi dal 7 ottobre 2023. Almeno uno ogni ora. Altri 50 000 sono stati feriti e mutilati, portando con sé per il resto della vita i segni di bombe pesanti fino a 2000 libbre (poco più di 900 kg, NdR) lanciate su aree densamente popolate. Migliaia di altri corpicini sono dispersi sotto le macerie e non avranno mai una tomba. In Cisgiordania, l’occupazione continua a mietere vittime lontano dalle telecamere, con centinaia di minori uccisi dalle forze israeliane e dai coloni. In Libano, gli attacchi israeliani hanno già causato lo sfollamento di oltre 16 000 minori, costretti a dormire in auto o per strada. Queste stragi non sono una fatalità, ma il risultato di una precisa scelta politica sostenuta dall’asse Israele-Usa. Washington, pur continuando a parlare di diritti umani, impedisce nei fatti ogni reale pressione su Netanyahu e l’esercito israeliano impone una politica di affamamento che mette a rischio di malnutrizione acuta 4 bambini su 5 nel 2026. La retorica della “difesa” si sgretola di fronte alla distruzione sistematica delle infrastrutture civili. I sionisti ritengono i palestinesi un popolo infestante delle “loro” terre ancestrali, identificate in Israele. Il loro odio per i palestinesi è indotto attraverso l’indottrinamento fin dalla tenera età, a scuola, con filastrocche, canzoni, poesie, testi per le recite scolastiche, con canzoni pop orecchiabili.

La disumanizzazione è infatti duplice: ai bambini israeliani viene subito tolta l’innocenza e la purezza del pensiero; ai bambini palestinesi è tolta la libertà dalla paura. In questo contesto il termine “guerra” non definisce lo scontro tra 2 Stati sovrani con 2 eserciti militari: alla Palestina è stato vietato fin dal 1948 di avere un esercito e dei confini. Questa asimmetria strutturale ha fatto sì che l’organizzazione della difesa avvenisse fuori dai canoni istituzionali classici, sfociando inevitabilmente in una dinamica sovversiva. Hamas e Hezbollah sono organizzazioni paramilitari che agiscono con azioni terroristiche, a loro volta sulla base di una estremizzazione religiosa e politica. Israele però considera anche i bambini palestinesi dei terroristi compiendo uno sterminio di bambini sulla base, di fatto, di un “processo alle intenzioni” future.
La distruzione di scuole, ospedali ed infrastrutture vitali non è casuale e mira a colpire il futuro palestinese. I bambini sono il bersaglio di una strategia di pressione totale. Di fatto la risposta risiede in una gerarchia razziale del dolore: la vita di un bambino palestinese o libanese diverrebbe un lecito “danno collaterale” accettabile. Le azioni israeliane hanno lo scopo di garantirsi espansione, grandezza e ricchezza attraverso le risorse minerarie e petrolifere per ottemperare all’inesorabile “crisi energetica”, caratterizzata dalla carenza strutturale di risorse fossili (gas e petrolio), di cui le aree medio-orientali sono invece ricche e delle quali Israele e Usa vogliono entrare in possesso. La comunità internazionale è colpevole dell’indifferenza che scivola nella complicità. Anzi sembrerebbe più un piano ponderato e studiato “a tavolino” che procede attraverso lo sterminio sistematico dei bambini. Finché continueremo a pesare le vite umane su scale diverse, non saremo altro che spettatori di un genocidio trasmesso in diretta, dove i più piccoli sono le prime vittime sacrificali di una geopolitica senza anima. La morte dell’empatia umana è uno dei primi e più rivelatori segni di una cultura sull’orlo delle barbarie (H. Arendt).
La disumanizzazione trasforma l’essere umano in una categoria astratta o in un bersaglio, rendendo accettabile l’annientamento sistematico anche dei bambini. In questo scenario, la “banalità del male” si manifesta nell’esecuzione burocratica e tecnologica di ordini che ignorano la sofferenza individuale. I filosofi Adorno ed Horkheimer (entrambi ebrei-tedeschi come la Arendt e fuggiti negli Usa) hanno sostenuto che la razionalità umana, anziché “illuminare le menti”, ha scoperchiato il lato peggiore degli esseri umani, poiché essi sono in grado, proprio attraverso la razionalità, insieme con la sistematicità tecnologica, di autodistruggersi. Perciò, colpire i più vulnerabili non sarebbe più un tabù, ma un calcolo cinico, razionale, all’interno di una strategia. Questa degradazione morale segna il punto di rottura definitivo tra l’umanità, intesa come “bene” e diritti umani. Questi sarebbero svuotati del loro significato poiché subordinati, il bene soltanto alla relatività ed alla convenienza e all’opportunità e i diritti umani secondo parametri stabiliti dall’ordine costituito.
Giuliana Cenci
Docente di Lettere
Dott.ssa in Scienze Storiche
Operatrice antiviolenza
Vicepresidente Associazione “Mariposa”