Dal 1887 al disastro di Acqualatina. Negli ultimi due anni nel nostro territorio cinquanta interventi sullo stesso tratto non risolutivi. Cosa si potrebbe fare?

Negli ultimi decenni del 1800, Cori stava vivendo una fase di transizione e modernizzazione post-unitaria dotandosi di opere pubbliche: ospedale, ferrovia, cimitero. Nel 1887 fu la volta dell’acqua. La realizzazione di un acquedotto che collegava la sorgente della Fota, situata sui Lepini nel territorio di Carpineto Romano, con alcuni fontanili del centro storico permise alla popolazione di usufruire di acqua costante e salubre. Per celebrare il completamento dell’opera, voluta dal sindaco Giovanni Maggi, venne realizzata la monumentale fontana che ancora oggi si trova in Piazza Romana.
In precedenza, l’approvvigionamento idrico a Cori avveniva in maniera saltuaria, sfruttando i pozzi o le vasche presenti nelle case o nelle piazze (come Piazza Sant’Oliva) che raccoglievano l’acqua piovana. Spettava alle donne occuparsi del rifornimento casalingo utilizzando prevalentemente jo conco’, contenitore di rame utilizzato come recipiente per l’acqua. Nel 1932, con l’arrivo della condotta dell’acquedotto del Simbrivio, la situazione idrica migliorò notevolmente. L’Amministrazione comunale predispose le fontane pubbliche e poi realizzò la prima rete idrica cittadina. Cori, all’epoca in Provincia di Roma, risultava tra i venti comuni beneficiari dell’opera.
Sul finire degli anni ’60, l’Amministrazione comunale comprese che l’acqua non bastava più, sia per le mutate esigenze della popolazione, sia per la richiesta continua d’acqua per le attività produttive (panificazione, vinificazione). Alla luce di ciò, nel 1969 si cercò una nuova forma di approvvigionamento scavando un pozzo artesiano in località Serenale (nei pressi della Casetta Forestale). L’esito non ebbe successo: la profondità del pozzo, circa 500 metri, e la tecnologia di sollevamento poco affidabile non ne permettevano un utilizzo sicuro. All’inizio del 1970 si individuò l’area più idonea per i pozzi: i margini della via della Stazione di Cori.
Nel 1994 fu approvata dal Parlamento la legge nº 36 (legge Galli) per la gestione delle risorse idriche in Italia: introduceva il Servizio Idrico Integrato e gli Ambiti Territoriali Ottimali (ATO) e prevedeva il passaggio da una gestione comunale a una gestione accentrata. L’Ente dell’ATO 4 “Lazio Meridionale Latina” nasce il 4 luglio 1997 con la deliberazione del Consiglio Provinciale di Latina nº 56. La Conferenza dei Sindaci dell’ATO 4 LT scelse come forma di gestione la costituzione di una SpA a prevalente capitale pubblico (51 % detenuto dai Comuni dell’ATO) con un socio privato di minoranza: Acqualatina SpA. Un grave errore: una diversa ripartizione, per esempio 80 % pubblico e 20 % privato, avrebbe dato maggiore peso societario ai piccoli Comuni, che hanno azioni proporzionali al numero di residenti serviti senza considerare l’efficienza dei loro impianti. Cori sarebbe stato avvantaggiato mentre molti dei Comuni a sud della provincia no, con la loro distribuzione approssimativa e senza depuratori.
Le criticità rilevate negli ultimi anni sono da addebitarsi proprio a quella scelta che condiziona fortemente la governance e l’operato degli addetti ai servizi di manutenzione e programmazione. Basta vedere cosa accade a Cori da circa due anni: sullo stesso tratto di condotta sono stati contati circa 50 interventi non risolutivi. Basterebbero poche centinaia di euro per evitare il disservizio cronico, con la messa in opera di una saracinesca da posizionare a valle della diramazione della condotta di San Rocco con via di Santa Margherita ed evitare lo svuotamento del serbatoio dell’ospedale con la conseguente diminuzione di pressione del serbatoio del Simbrivio.
La dispersione idrica è circa il 70 %, un dato che pone Acqualatina tra i peggiori gestori d’Italia perché negli anni sono stati fatti investimenti inadeguati per ridurre questo spreco e solo ultimamente si è corsi ai ripari con i fondi del PNRR. Intanto, dal 2003 le bollette sono aumentate del 90 %.
Nonostante sia in minoranza, Italgas (socio privato dal 2023) ha quasi sempre imposto la propria linea di indirizzo con il sostegno delle forze politiche, in particolare Fratelli d’Italia (FdI), anziché limitarsi a gestire il servizio. Questo partito esprime le cariche di vertice grazie alla maggioranza costruita nei grandi comuni della provincia pontina e ha permesso di definire gli assetti dell’attuale Consiglio di Amministrazione (CdA) e del settore operativo.
Nell’agosto 2016, all’unanimità, i Comuni dell’ATO 4 votarono per ripubblicizzare il servizio idrico prevedendo perfino l’acquisto delle quote del socio privato. Questa scelta non ebbe seguito: prevalsero le logiche del profitto, delle poltrone a 250 000 euro l’anno e quelle clientelari delle assunzioni.
Nel primo semestre del 2025 Acqualatina ha fatturato utili per un miliardo di euro ma, nonostante l’utile e i profitti generati, il CdA eletto con i voti della Lega e di FdI ha chiesto 30 milioni di aumento di capitale che può essere deliberato solo dall’Assemblea dei Sindaci con una maggioranza qualificata di almeno 2/3. Poiché oggi il valore capitale della società è di 23 milioni di euro e il 49 % è circa 11 milioni, i Comuni potrebbero acquisire l’intero pacchetto e riprendersi la gestione con una frazione dei 30 milioni richiesti per la ricapitalizzazione, che altrimenti finirebbero regalati a un socio privato che già chiude i bilanci in attivo.
Augusto Ciotti