Non costruire due mondi separati, ma impedire che l’uno venga privato dell’altro
«Intellige ut credas, crede ut intelligas»: comprendi per credere, credi per comprendere. In questa intuizione di sant’Agostino sembra già essere racchiuso il destino di ogni uomo che desideri prendere sul serio tanto la propria intelligenza quanto la propria fede. Perché credere e pensare non sono forse due modi diversi di cercare la medesima cosa?
All’inizio della lettera enciclica del 14 settembre 1998 dal titolo Fides et Ratio, san Giovanni Paolo II utilizza un’immagine divenuta ormai celebre: «La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità». L’immagine è semplice, ma tutt’altro che banale. Un uccello con una sola ala non può volare.
Allo stesso modo, una ragione che rifiuti ogni apertura al trascendente rischia di restringere l’orizzonte dell’uomo; una fede che rinunci alla ragione rischia invece di trasformarsi in sentimento, abitudine o fideismo.
Ma che cosa significa, concretamente, mettere insieme fede e ragione?
Significa anzitutto riconoscere che l’uomo non è soltanto colui che conosce ciò che può misurare. Vi sono domande che precedono ogni esperimento scientifico e che nessuna tecnologia può eliminare: perché esiste qualcosa invece del nulla? Che cosa rende una vita veramente buona? Perché desideriamo la felicità? Da dove viene l’esigenza del bene? Che cosa significa amare? E, soprattutto, quale senso possiede la nostra esistenza?
Le scienze sperimentali possono descrivere molti processi; non per questo esaurisce la domanda sul loro significato. La ragione filosofica, allora, diventa necessaria proprio perché l’uomo non si accontenta di sapere come funzionano le cose: vuole sapere perché esistono e quale posto egli stesso occupi dentro questa realtà.

La Fides et Ratio ricorda che la Chiesa non considera la ragione un’avversaria della fede.
Al contrario, la fede presuppone la capacità dell’uomo di conoscere la verità. La Rivelazione non viene a spegnere l’intelligenza, ma a incontrarla. Ciò che Dio rivela non rende inutile ciò che l’uomo può scoprire con le proprie forze; piuttosto, apre alla ragione un orizzonte che essa, da sola, non potrebbe raggiungere. E qui occorre evitare due errori opposti.
Il primo è pensare che soltanto ciò che può essere dimostrato scientificamente sia vero. È una posizione apparentemente razionale, ma in realtà restringe la ragione stessa: le scienze sperimentali sono uno straordinario strumento di conoscenza, ma non sono l’unico modo con cui l’uomo conosce.
Il secondo errore consiste nel dire: «Credo, dunque non ho bisogno di capire». Ma una fede che abbia paura delle domande non è più forte: è semplicemente più fragile. Il cristiano non deve temere la ricerca, perché la verità non può contraddire la verità.
Per questo la filosofia ha ancora oggi un compito prezioso. Essa mantiene aperte le grandi domande e impedisce all’uomo di accontentarsi dell’immediato. La fede, da parte sua, annuncia che quelle domande non cadono nel vuoto: esiste una Verità che si è fatta incontro all’uomo.
È qui che si comprende anche il rapporto tra fede e laicità.
Un credente può essere autenticamente laico? Certamente. Anzi, la fede cristiana non autorizza il credente a imporre la propria convinzione agli altri. La libertà religiosa appartiene alla dignità della persona. Nello spazio pubblico il cristiano entra come cittadino, portando le proprie convinzioni ma accettando il dialogo con chi non le condivide. E può un credente difendere valori «laici»? Certamente. La giustizia, la solidarietà, la dignità della persona, la libertà, la cura del creato e la ricerca del bene comune non diventano meno autentiche perché possono essere condivise anche da chi non crede.
Il cristiano non è chiamato a cristianizzare ogni parola, ma a cristianizzare la propria vita.
Forse è proprio questa la sfida dell’incontro tra fede e ragione: non costruire due mondi separati, ma impedire che l’uno venga privato dell’altro. La ragione senza apertura può diventare presunzione; la fede senza ragione può diventare superstizione. Insieme, invece, possono restituire all’uomo qualcosa che il nostro tempo rischia di smarrire: il desiderio della verità.
Perché, in fondo, avere fede non significa smettere di pensare.
Significa avere il coraggio di pensare fino al punto in cui la ragione riconosce che la realtà è più grande di sé.
E avere ragione non significa chiudere il cielo fuori dalla propria stanza.
Significa lasciare aperta una finestra abbastanza grande perché anche la luce possa entrare.
Natalino Pistilli
Seminarista