Iran, una culla di cultura

Proteggere l’arte islamica è proteggere una civiltà

Il territorio persiano, storicamente molto più vasto dell’Iran odierno perché comprendeva parte dell’Asia centrale (gli attuali Afghanistan, Uzbekistan e Turkmenistan) e, per certi periodi, territori caucasici e mesopotamici, è assai importante nell’elaborazione del linguaggio artistico islamico. L’antica civiltà iranica, in particolar modo quella sasanide con influssi occidentali e orientali, costituisce un substrato importante per ogni considerazione relativa all’arte musulmana. Fra i più antichi monumenti sono da elencare: la Moschea Jāmeh di Fahraj, nella provincia di Yazd, del x secolo, e la Moschea del Venerdì di Isfahān, il più importante e complesso monumento architettonico iranico che subirà moltissimi interventi e manomissioni.

Al 1007 (o 1006) risale la tomba-torre di Gonbad-e Kāvūs nel Golestān. Nel centro di Teheran si trova il Palazzo Golestān, uno dei più importanti complessi monumentali dell’Iran. Esso racconta soprattutto la storia della dinastia Qajar e rappresenta un incontro straordinario tra tradizione persiana e influenze artistiche europee. L’unesco lo ha inserito, insieme ad altri trenta siti, nella Lista del Patrimonio Mondiale nel 2013.
Se Teheran rappresenta la modernità dell’Iran, Isfahan è una delle sue grandi capitali artistiche: nel cuore della città si trova la piazza Naqsh-e Jahān, circondata da monumenti dell’epoca safavide. Qui l’architettura non è semplicemente uno sfondo, è arte: le facciate sono ricoperte di piastrelle colorate, le cupole diventano superfici decorative, le iscrizioni calligrafiche fanno parte dell’architettura, gli interni conservano affreschi, stucchi, legni intagliati e mosaici. Per questo i bombardamenti, perfino nelle vicinanze, hanno provocato danni irreparabili anche senza un impatto diretto sul monumento. Mi chiedo quale sia il compito di chi si occupa d’arte. Raccontare ciò che è bello? Conservare ciò che rischia di scomparire? Dare un nome alle opere, agli artisti, alle civiltà? Oppure, più semplicemente, ricordare che dietro un’immagine, una pietra, un edificio antico c’è qualcosa che appartiene a tutti noi?
Guardando le immagini che arrivano dall’Iran, penso soprattutto a quest’ultima cosa, penso alla memoria. Perché davanti alla guerra siamo abituati a contare le vittime, i palazzi distrutti, le città ferite, ma esiste una distruzione più silenziosa, che rischia di passare inosservata, è quella del patrimonio culturale e per chi ama l’arte, forse, non c’è immagine più dolorosa di quella di un luogo antico trasformato improvvisamente in macerie, in resti.
L’Iran non è soltanto un Paese attraversato oggi da un conflitto, è una delle grandi culle della civiltà, una storia fatta di stratificazioni, di imperi e religioni, di palazzi e moschee, di manoscritti, di ceramiche, di tessuti. Il danno non riguarda soltanto chi vive oggi in quel luogo, riguarda l’intera umanità. Certo, molte opere potranno essere restaurate, molti edifici ricostruiti, gli esperti potranno recuperare frammenti, consolidare muri, ricomporre decorazioni, ma c’è qualcosa che nessun restauro può restituire completamente: l’autenticità del tempo.

Per questo credo che proteggere il patrimonio culturale significhi proteggere la memoria di un popolo, e che quando una parte di quella memoria viene distrutta, la perdita appartenga a tutti. L’Iran ci ricorda una cosa semplice e terribile: la civiltà non è soltanto ciò che costruiamo, è anche ciò che scegliamo di custodire. Perché il giorno in cui smettiamo di proteggere la memoria, cominciamo a perderla molto prima che cadano le pietre.

Giorgio Chiominto
Architetto

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