Tra le pagine più belle e più visionarie della letteratura italiana si posa la penna di Ludovico Ariosto, autore dell’Orlando furioso, poema cavalleresco in versi pubblicato nel 1516 a Ferrara che racconta le gesta del paladino Orlando, che sotto le insegne di Carlo Magno combatte contro i Mori. All’interno del poema c’è un episodio in particolare che vale la pena raccontare: il viaggio sulla luna di Astolfo per riprendere il senno di Orlando, che – come dice il t itolo – è furioso, è impazzito per una punizione divina: perché lui, invece di combattere tra le file dei cristiani, se ne è andato girovagando alla ricerca della bella Angelica, di cui è follemente innamorato.

Ma l’assenza di Orlando dalla battaglia mette in crisi la cristianità stessa, e allora Dio decide che la punizione deve avere termine: dunque bisogna andare a riprendere il senno di Orlando. Senno che però si trova dove stanno tutte le cose perdute, cioè sulla luna. E chi è che compie questo viaggio così onirico e visionario? Astolfo, uno dei compagni d’armi di Orlando, che compare nel poema sotto forma di mirto parlante, trasformato dalla maga Alcina. E come ci va Astolfo sulla luna? Ci va con l’ippogrifo, un animale che non esiste neanche nella fantasia: non è come il drago, come il grifone, come la fenice (animali della tradizione fantastica), l’ippogrifo è un’invenzione di Ludovico Ariosto. Questo animale sarebbe l’incrocio tra una cavalla e un grifone – a sua volta incrocio tra aquila e leone. La genialità di Ariosto sta nel fatto che cavallo e grifone, nella tradizione fantastica, si odiano: un animale impossibile anche nella fantasia quindi, visionario e assurdo al tempo stesso. Astolfo arriva sul monte della luna, così alto da toccare con la cima il cielo della luna. Sulla sua sommità c’è il paradiso terrestre dove Astolfo è aspettato da San Giovanni apostolo, l’autore del Vangelo e dell’Apocalisse. Entrambi verranno portati direttamente sulla luna da Elia, il profeta Elia – che nella Bibbia non muore, ma sparisce in cielo volando su un carro infuocato. Scende la notte e questo fantastico terzetto vola sulla luna. Ariosto descrive la luna come un mondo molto simile alla terra, dove c’è tutto quello che c’è sulla terra: foreste, deserti, f iumi, mari, monti, valli, città… ma tutto è color dell’argento. Ma lì, soprattutto, ci sono le cose perdute. San Giovanni fa da Cicerone, fa da guida ad Astolfo mostrandogli tutte le cose che non sono più nulla: la gloria degli imperi passati, i sospiri degli amanti respinti… Molta fama è là su, che, come tarlo, il tempo al lungo andar qua giù divora: là su infiniti prieghi e voti stanno, che da noi peccatori a Dio si fanno. [Concezione strana, quasi blasfema: anche le preghiere che facciamo noi peccatori se ne vanno sulla luna.]

Le lacrime e i sospiri degli amanti, l’inutil tempo che si perde a giuoco, e l’ozio lungo d’uomini ignoranti, vani disegni che non han mai loco, i vani desidèri sono tanti, che la più parte ingombran di quel loco: ciò che in somma qua giù perdesti mai, là su salendo ritrovar potrai. […] E poi è bellissimo il distico: sol la pazzia non v’è, poca né assai; che sta qua giù, né se ne parte mai. [Il senno perduto sta sulla luna, viceversa non c’è nessuna pazzia perduta: la pazzia non sparisce mai dalla terra; è il senno, la ragione che sparisce dalla terra e se ne va sulla luna.] San Giovanni indica ad Astolfo le bottiglie dove sta il senno perduto, chiuso sotto forma di liquido che si può inalare, e fra queste bottiglie c’è ovviamente il senno di Orlando. Dopodiché Astolfo, senza alcun riguardo per la privacy, si mette a curiosare fra le altre bottiglie (ogni bottiglia ha l’etichetta col nome del proprietario), finché a un certo punto, con grande sorpresa, trova la sua bottiglia: anche lui ha perso un po’ di senno quindi. Poca roba, niente di che, ma un po’ lo ha perso. Per capirne il motivo allora interroga San Giovanni, il quale risponde in maniera perentoria: Voi, vivendo, perdete il senno; campando, impazzite. Tutti, senza distinzione”. Astolfo inala il suo senno e ne rientra in possesso, dopodiché i tre ripartono con la bottiglia per Orlando, così da mettere fine alla follia del paladino. Questo brano è stupendo. Il momento di massima visionarietà dell’intero poema, in cui però Ariosto ci dice una cosa terribile: che noi impazziamo! Noi impazziamo, ed è vero. Noi impazziamo in mille cose volgari e meschine: impazziamo quando cerchiamo il parcheggio e non lo troviamo; impazziamo quando non ci prende il cellulare; impazziamo nei litigi assurdi; impazziamo litigando con dei perfetti sconosciuti sui social. Impazziamo buttando via il nostro tempo, le nostre energie in mille attività inutili, nel grigiore della vita quotidiana, quando dovremmo invece (sembra suggerirci Ariosto) – al contrario – essere audaci e disposti a volare fin su la luna per riprendercela tutta, la ragione; per riagguantarlo tutto, il nostro senno. Buon viaggio sulla luna!
Tommaso Guernacci