Il quarto cerchio. I prodighi e gli avari

“Taci, maledetto lupo! / consuma dentro te con la tua rabbia“ (v. 8); Coerentemente alla chiusura del precedente, il VII canto si apre con le parole di Pluto, il guardiano del quarto cerchio. Egli rivolge a Satana, con voce rauca, spaventose e incomprensibili parole di invocazione, ma Virgilio, dopo aver rassicurato Dante, risponde alla creatura imponendole di non mettersi tra i viaggiatori e il loro viaggio perché il loro passaggio è voluto da Dio. Dopo quelle parole Pluto si ritira e cade a terra arrendevolmente. I due poeti scendono così finalmente nel quarto cerchio dove è collocata un‘immensa quantità di persone che Dante stesso non aveva mai visto prima di allora. Le anime in quel luogo sono condannate a spingere degli enormi macigni solo con il petto da una parte all‘altra della zona in cui si trovano. Esse sono divise in due gruppi dislocati nelle due metà del cerchio e quando due anime di gruppi diversi si scontrano, una dice: „Perché tieni?“ e l‘altra: „Perché burli?“. Chiaramente, qui si sta parlando di denaro e di beni materiali, infatti le anime che sono rinchiuse in questo cerchio sono quelle dei prodighi e degli avari, cioè coloro che sperperano senza controllo e coloro che accumulano senza spendere . Dante chiede al suo maestro se coloro che hanno la testa tonsurata siano chierici e Virgilio gli risponde positivamente. Il poeta latino dice anche al suo allievo che è proprio a causa di questa dipendenza dai beni materiali che a loro è precluso il Paradiso e che, quando arriverà il giorno del Giudizio Universale, una parte di essi risorgeranno con i pugni chiusi (segno di incapacità nel dare), mentre altri lo faranno con i capelli corti (segno dell‘incapacità nel preservare), aggiungendo che per ognuno di quei dannati non basterebbero tutte le ricchezze che esistono sulla Terra per essere soddisfatti. Segue poi, dopo questo ragionamento, la definizione e il senso della Fortuna; essa infatti, secondo Virgilio, è stata incaricata da Dio per poter gestire le questioni materiali e terrene, decidendo senza possibilità di previsione chi favorire e chi condannare, considerando che, anche la stessa Fortuna, sa cambiare idea e ti può portare dall‘avere nulla all‘avere tutto e dall‘avere tutto all‘avere nulla, senza che tu possa far niente per favorirlo o impedirlo. I due scendono poi ancora più in basso verso una fonte d‘acqua scura che bolle e che passa per un canale che loro seguono e il quale si butta nella palude detta Stige. Immerse nell‘acqua fangosa, mentre si percuotono l‘un l‘altra, stanno le anime di coloro che in vita furono iracondi, mentre sotto, aggrappate al fondo argilloso, ci sono coloro che in vita peccarono di accidia i quali ripetono in continuazione una strofetta che sale in superficie sotto la forma di bolle nell‘acqua: „Tristi fummo / ne l‘aere dolce che dal sol s‘allegra, portando dentro accidȉoso fummo: / or ci attristiam ne la belletta negra“ (vv. 121 – 124). Dopo aver aggirato la palude i due viaggiatori arrivano alla base di una torre. Così si conclude il VII canto dell‘Inferno denso di significati e di spunti da cui far partire una riflessione. In particolare, è interessante vedere quanto due colpe opposte dal punto di vista del atto, siano accomunate dalla pena che bisogna scontare. La ragione di questa situazione è data dal fatto che entrambe le colpe, in quanto tali, abbiano come base la distorsione di un percorso che non mira più verso Dio, in favore di una strada che porta verso la perversione dell‘anima per mezzo del denaro e delle ricchezze terrene. Davanti al Padre tutti i figli sono uguali, anche nella colpa, infatti, seppure le responsabilità siano state tradite da un punto di vista diverso, entrambe meritano di essere trattate allo stesso modo e i primi a dimenticarcelo siamo proprio noi stessi, specialmente quando l‘invidia delle condizioni si pone alla base di un rapporto che, se meglio coltivato, può dare delle piacevoli soddisfazioni.

Natalino Pistilli 

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