Il recente arresto del latitante Matteo Messina Denaro ha indotto un nostro nuovo redattore a ripercorrere le tappe della creazione del pool antimafia e i drammatici eventi delle uccisioni e delle stragi con le quali Cosa Nostra ha insanguinato la storia della Sicilia e dell’intero Paese. Un tributo, anche questo, a tutti coloro che hanno lottato e lottano contro la criminalità organizzata di stampo mafioso e in particolare a chi nel farlo ha sacrificato la propria vita.

La fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta furono caratterizzati in Sicilia dagli efferati omicidi d’origine mafiosa di tre rappresentanti della giustizia. Il primo omicidio avvenne il 21 luglio 1979 a Palermo, quando un mafioso sparò sette colpi d’arma da fuoco contro il capo della Squadra Mobile della Polizia, Boris Giuliano, che fu ucciso perché con un’inchiesta sulla criminalità organizzata di stampo mafioso smantellò una rete di narcotraffici internazionali tra Palermo e New York gestita dai corleonesi. Quasi un anno dopo, il 4 maggio 1980, l’ufficiale dei carabinieri Emanuele Basile fu ucciso da un killer mafioso che gli sparò alle spalle. Emanuele Basile stava indagando sull’uccisione di Boris Giuliano e aveva scoperto un traffico di stupefacenti. Tre mesi dopo, il 6 agosto 1980, il magistrato Gaetano Costa fu freddato con sei colpi di pistola sparati alle spalle da due killer scappati poi in moto. Causa di questa spietata esecuzione fu il fatto che Costa aveva personalmente firmato dei mandati di cattura nei confronti del boss Rosario Spatola e dei suoi uomini. Il giudice Rocco Chinnici, invece, divenne capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo nel 1979 e iniziò ad investigare sulla morte dei suoi colleghi. Fu lui l’inventore del cosiddetto “pool antimafia” e chiamò accanto a sé giudici del calibro di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Chinnici ideò ed avviò per primo il metodo delle indagini sui patrimoni, strumento fondamentale nella lotta alla mafia. Con il suo famoso pool egli diede una svolta decisiva alla lotta contro l’organizzazione “Cosa Nostra”. Chinnici è tuttora ricordato come una delle personalità più importanti in questa lotta insieme ai colleghi Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e ai poliziotti Ninni Cassarà e Beppe Montana. Una delle indagini più delicate fu la cosiddetta “inchiesta Spatola” sui reati di narcotraffico, associazione mafiosa, riciclaggio e traffico di stupefacenti. Tale indagine fu portata a termine dal giudice Falcone, che avviò rivoluzionarie verifiche bancarie sui movimenti di denaro sporco e cercò di capire il ruolo del banchiere Michele Sindona. Chinnici coordinò anche inchieste su delitti politici come quelli del segretario provinciale della DC palermitana, Michele Reina, del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, del segretario regionale del PCI siciliano, Pio la Torre, e del Prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa. I giudici del pool e i poliziotti che collaboravano con loro furono i protagonisti di un’azione di contrasto all’organizzazione mafiosa “Cosa Nostra” mai vista fino ad allora. Venne così stilato il cosiddetto “Rapporto dei 162”, considerato l’embrione del maxiprocesso a “Cosa Nostra”, e già nei primi processi istruit i dal nuovo pool si adottò il “metodo Falcone” basato sulle indagini sui movimenti bancari. Alla vigilia della firma del mandato di cattura per i cugini Ignazio e Nino Salvo, esattori collegati dagli inquirenti all’organizzazione mafiosa, il giudice Chinnici fu ucciso il 29 luglio 1983 con un’autobomba parcheggiata sotto la sua casa, in via Pipitone Federico a Palermo. Il pool continuò a riunirsi nell’ufficio bunker di Falcone e il punto di forza della sua attività fu la quotidiana condivisione delle informazioni. Nel 1984 il “boss dei due mondi” Tommaso Buscetta diede una svolta fondamentale alle indagini con il suo pentimento, fornendo una nuova chiave di lettura di “Cosa Nostra”. Il 29 settembre 1984 furono spiccati 366 mandati di cattura per sospettati e appartenenti all’organizzazione.
Mentre il pool sembrava inarrestabile, nel 1985, tra gli ultimi giorni di luglio e i primi di agosto “Cosa Nostra” fece uccidere il commissario Beppe Montana, il funzionario di Polizia Ninni Cassarà e l’agente di scorta Roberto Antiochia. Trapelò anche la notizia che “Cosa Nostra” volesse uccidere Falcone e Borsellino e per questo Caponnetto li fece trasferire con le loro famiglie sull’isola dell’Asinara, in Sardegna, per istruire il maxiprocesso contro la mafia. Si iniziò anche a costruire l’aula bunker del carcere dell’Ucciardone, a Palermo, dove processare gli esponenti di “Cosa Nostra”. Durante i 25 giorni di permanenza all’Asinara, i giudici Falcone e Borsellino si dedicarono alla stesura dell’ordinanza-sentenza del maxiprocesso, che venne depositata la sera del 28 novembre 1985 chiudendo una lunga e dettagliata istruttoria. Il maxiprocesso iniziò il 10 febbraio 1986 e la sua prima fase terminò con la sentenza di primo grado del 16 dicembre 1987, mentre la sentenza finale della Cassazione venne emessa il 30 gennaio 1992. Gli imputati erano 475, assistiti da circa 200 avvocati. Fu il più grande processo penale mai celebrato al mondo e si concluse con 19 ergastoli e pene detentive per un totale di 2665 anni di reclusione. Nello stesso anno della sentenza definitiva i giudici Falcone e Borsellino morirono in due terribili attentati, il primo a maggio a Capaci e il secondo a luglio in via D’Amelio a Palermo.
Falcone e Borsellino sono diventati un simbolo per tutti coloro che credono nella giustizia e sono considerati degli eroi per aver avuto il coraggio di portare avanti la loro battaglia anche a costo della vita. Ci hanno lasciato un grande insegnamento con la loro dedizione al bene comune e il loro senso del dovere nella lotta alla criminalità e contro ogni forma di corruzione.
Riceviamo in maniera del tutto casuale questo articolo dello studente Francesco Cedrello che ci è sembrato meritevole di pubblicazione

Francesco Cedrello
Classe 1° F Liceo Classico Statale "D. A. Azun" // Sassari