La cruda leggerezza di Giacometti

Figure magmatiche dall’inconscio

Dove lo collochi uno come Giacometti? Eppure la storia dell’arte impone sempre un posizionamento all’interno di stili, movimenti, correnti. Non per tutti però. Ce ne sono alcuni, tra i più interessanti secondo me, che hanno percorso strade proprie, hanno imposto la loro maniera senza inserirsi all’interno di gruppi o pensieri. Alberto Giacometti è uno di questi. O per lo meno lo è diventato da un certo punto della sua carriera. Ha accolto il cubismo, si è avvicinato al surrealismo di Breton, ha succhiato linfa da questi e poi… e poi è diventato l’artista che tutti conoscono. L’artista che ancora oggi con una sua opera mantiene il record di vendita mai raggiunto per una scultura: nel 2015 la statua “L’homme au doigt” fu infatti battuta all’asta da Christie’s per oltre 125 milioni di euro. Nei primi anni trenta del Novecento si trova a Parigi. Una vita frenetica, serate nei locali, prostitute, nottate con gli amici più cari, artisti e letterati. Le sigarette, tante. Lo studio, un luogo piccolo, sempre stracolmo di opere, e pezzi di opere, quelle che distruggeva la mattina, dopo averci lavorato per l’intera nottata, un luogo pagato con difficoltà ogni mese.

Si avvicina al surrealismo, non a caso. Il surrealismo di André Breton, principale teorico, che basa le sue fondamenta concettuali su “L’interpretazione dei sogni” di Freud. Pubblicato nel 1899, il testo ha una risonanza internazionale, con ripercussioni che scuotono il mondo della psicologia e della psichiatria per poi passare inevitabilmente a quello dell’arte. Non durerà molto il periodo surrealista, forse la guerra e le atrocità che si porta dietro danno una spallata all’artista che dalla seconda metà degli anni quaranta dà vita a delle opere dall’aspetto formale mai visto. L’inconscio dunque, l’esistenzialismo, la fragilità della natura umana. É questo il terreno dove si combatte il duello che l’artista affronta quotidianamente con se stesso. Ma stiamo già intellettualizzando il suo modo di fare, lo stiamo ricostruendo entro schemi imposti. Lui questo di certo non lo sapeva e se lo sentissimo parlare ci direbbe che: “volevo fare solo una testa, ma non sono capace. Non ci riesco”. Non è solo estrema umiltà, ma coscienza che si è interpreti di qualcosa di più grande. L’artista quindi il più delle volte è ignaro di quello che sta facendo, non sa che copione sta recitando (e sinceramente starei accorto da chi ci tiene a spiegare con estrema dovizia di dettagli le proprie opere). La strada formale intrapresa in questi anni lo accompagnerà fino alla morte. Giacometti per come lo conosciamo tutti è l’artista delle sculture filiformi, esili e proiettate verso l’alto, figure che camminano o che sembrano li lì per cadere. Non hanno pelle, né carni. Sembrano accumuli di sostanze magmat iche, sono, quindi, la personificazione dell’anima. Ecco perché davanti ad una sua opera che cammina non dovremmo domandarci dove stia andando, ma sarebbe opportuno chiedere: “da dove vieni”?

Edoardo Bernardi 

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