Il poeta che s’illuminò d’immenso

Considerazioni su Giuseppe Ungaretti, uno squarcio di luce nella tragedia della guerra

M’illumino / d’immenso. Due parole, un sussurro. O forse un grido. Un verso fulmineo, tra i più brevi e al tempo stesso più profondi della poesia italiana del Novecento. È in questi pochi istanti che si compie il miracolo di Giuseppe Ungaretti: il poeta che ha saputo descrivere l’infinito con un respiro. In un’epoca segnata dalla guerra e dal disincanto, dalla perdita di punti di riferimento, Ungaretti non offre spiegazioni né consolazioni facili. Ma offre la parola. O meglio: una parola nuova, spogliata, illuminata. Un frammento che riesce a contenere il tutto. La poesia Mattina è composta da due sole parole, pubblicate nel 1917 nella raccolta L’Allegria. Basta questo per lasciare senza fiato. Chi scrive non si limita a osservare la luce: se ne riempie, la respira, se ne lascia avvolgere. La parola “illumino” è riflessiva: è l’io che accende sé stesso, che si accende nel contatto con l’assoluto. “D’immenso” è un’immagine senza confini: non ha oggetto, non ha direzione. Non è una descrizione, è una vertigine.

Siamo nel pieno della Prima guerra mondiale. Ungaretti scrive questa poesia dal fronte, mentre la vita e la morte si sfiorano ogni giorno. Eppure, in mezzo a tutto questo orrore, c’è spazio per uno squarcio di luce. Il miracolo del giorno che sorge, la consapevolezza di esistere, l’istante in cui la vita si fa presenza. Questo breve distico non è soltanto il più famoso della poesia contemporanea italiana: è una vera e propria esperienza. È lo sguardo di un uomo che, pur immerso nella tragedia, riesce ancora a stupirsi, a sentirsi parte di qualcosa di più grande. Non c’è un io chiuso e sofferente, ma un io che si apre, che si dissolve nella totalità del mondo. Ungaretti non racconta. Ungaretti suggerisce, allude, evoca. Le sue poesie non si spiegano, si respirano. Il lettore non è spettatore ma partecipante: deve fermarsi, leggere ad alta voce, entrare in quel silenzio bianco che circonda ogni parola. È proprio nel vuoto tra un verso e l’altro che si crea il significato. Non ci sono frasi lunghe, non ci sono rime né descrizioni. C’è la parola nella sua nudità, nella sua verità. Ogni termine ha il peso di una pietra. Ogni pausa ha il valore di un abisso. Ungaretti arriva a questo stile estremo dopo un lungo percorso di ricerca, influenzato dal simbolismo francese, dal pensiero orientale, dal dolore personale (la scomparsa prematura del giovanissimo figlio Antonietto).

E poi dalla guerra, vissuta sulla pelle. Ma la sua non è solo una poesia di dolore: è una poesia che cerca il sacro, anche laddove sembra impossibile trovarlo. Anche tra le macerie. Spesso si colloca Ungaretti tra simbolismo ed ermetismo. Due parole che dicono molto, ma non tutto. Dal simbolismo eredita la tensione verso l’invisibile, la volontà di dire ciò che non può essere detto, la fiducia che la poesia possa rivelare, non spiegare. Dall’ermetismo prende invece il gusto per l’essenzialità, per il frammento, per il silenzio.

Ma Ungaretti è qualcosa di più: è un poeta che ha il coraggio di togliere tutto il superfluo, di lasciare solo il necessario. Un poeta che si fida del lettore, che gli affida il compito di ricostruire il senso. Un poeta che, pur parlando in prima persona, riesce a diventare voce universale. Le sue poesie non sono mai fredde o intellettuali. Sono brucianti, vive, nate spesso in situazioni di emergenza, scritte su fogli di fortuna, tra una battaglia e l’altra. Eppure, in quella condizione estrema, sanno ancora parlare di bellezza, di luce, di infinito. Il tema della luce ritorna spesso nella poesia di Ungaretti. Non una luce artificiale, né consolatoria. Ma una luce dura, assoluta, che abbaglia e trasforma. È una luce interiore, spirituale, che emerge dal buio più profondo. È la scoperta che, anche nel dolore, c’è spazio per l’illuminazione. In Mattina, la luce è totale, improvvisa, travolgente. È il momento in cui l’io scompare per diventare tutt’uno con il cosmo. È un atto mistico, ma anche profondamente umano. È quel momento in cui ognuno di noi, almeno una volta nella vita, si è sentito in armonia con il tutto. Senza capire perché, ma sapendo che è vero.

Ungaretti ci mostra che anche nel punto più basso della storia e dell’esistenza personale c’è sempre la possibilità di una rinascita. Una fessura, una breccia nella pietra. Basta saperla vedere. E basta una parola, a volte, per farla passare. Oggi, a distanza di un secolo, la voce di Ungaretti risuona ancora. Non come un’eco del passato, ma come una presenza viva. I suoi versi parlano a chiunque cerchi una parola che non sia rumore. In un mondo saturo di parole vuote, di messaggi urlati, la sua poesia ci insegna a rallentare, ad ascoltare, a guardare davvero. La poesia, per Ungaretti, non è mai evasione. È presenza. È l’unico modo per non sprofondare nell’insensatezza. È l’atto più umano che ci sia: scegliere una parola tra mille, e con quella parola dire l’immenso. È l’attimo in cui non si è mai stati così tanto attaccati alla vita. E se oggi, leggendo quei due versi, qualcuno si ferma un attimo, si commuove, si riconosce… allora vuol dire che quella luce non si è mai spenta.

Tommaso Guernacci
Docente di Letteratura

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