Vittorio Alfieri: Il dramma e il romanticismo

La Tragedia italiana nel settecento

Per molto tempo, nell’intervallo tra la commedia del Goldoni e l’affermazione artistica dell’Alfieri, troviamo sulla scena i Gesuiti, monopolizzatori dell’educazione delle classi medie. Nelle classi gestite da loro, impongono l’uso di far recitar drammi agli allievi, drammi che, inizialmente, sono tragedie in latino, con personaggi soltanto maschili e senza intrecci d’amore. Gli argomenti vengono attinti, principalmente, dalla storia sacra. In questo clima di mediocre vitalità teatrale, un sussulto artistico viene impresso da Vittorio Alfieri. Nato nel 1749 in Piemonte, ad Asti, Vittorio Alfieri è un nobile e la cosa, come dice nella sua Vita, lo pone nella condizione privilegiata di conoscere e svelare gli abusi e i vizi dell’aristocrazia dominante. A soli nove anni viene “ingabbiato” nell’Accademia di Torino, nel rispetto dell’uso dei patrizi piemontesi, e ne soffre come in una prigionia, finché non ne esce ed inizia a viaggiare per il mondo. Dopo varie peripezie in Italia, viene attratto dall’Inghilterra e da Londra, dove trova “un popolo libero, lindo, agiato e governato con giustizia”.

Giunge così, bisbetico, insofferente e stravagante all’età di ventisei anni, quando scrive una tragedia, Cleopatra, che viene rappresentata al Teatro Carignano di Torino. Da qui, l’Alfieri comincia ad intravvedere la sua vita e vuole, così, dare all’Italia la tragedia che finora non ha. Ricomincia i suoi studi fino a farsi una vera e propria cultura classica. A differenza degli umanisti, paghi di vagheggiare i classici nell’imitazione retorica, egli vuole ricreare nel suo spirito la “virtù” greca e romana. I soggetti delle tragedie gli vengono, via via, suggeriti dai casi della vita e dalle letture. A Roma ha successo con la rappresentazione dell’Antigone e dalla lettura del Saul in Arcadia, ma viene combattuto da invidiosi avversari ed allora abbandona presto la città. Si reca in Alsazia e qui scrive Sofonisba, Mirra, Bruto secondo; si reca quindi a Parigi diventando cantore entusiasta dei primordi della Rivoluzione ma, quando la Rivoluzione degenera negli orrori più atroci, furente e deluso torna in Italia. A Firenze, tra il 1793 e il 1798 scrive Satire e compone commedie alla maniera aristofanesca: L’uno, I pochi, I troppi, L’antidoto, La finestrina, Il divorzio. Muore improvvisamente all’età di cinquantaquattro anni, nel 1803.

L’Alfieri ha concepito la tragedia con criteri rigorosamente classicisti. Considerando, però, i grandi drammaturghi di tutti i tempi, dai Greci a Shakespeare, i critici fanno notare che in lui, per primo nel nostro Paese, ricorrono già molti, se non tutti, i motivi che in Italia saranno i prediletti del Romanticismo: l’amore per un ideale altissimo, deluso dalla semplice realtà; i fremiti verso un sogno irraggiungibile da cui si ricade sconfitti; le nostalgie personali nei propri eroi; infine, l’esaltazione del ribelle all’ordine costituito, alla legge, alla regola sociale, per amore di una vita più libera, illimitata.

Per molti anni le tragedie dell’Alfieri, interpretate con vero amore dai massimi attori italiani dell’Ottocento, furono ascoltate con vera religione dal pubblico. Giosuè Carducci ebbe a dire: la questione se l’Alfieri abbia o no creato la Tragedia nazionale a me pare solamente scolastica: ei ricreò la poesia, egli creò la rivoluzione italiana. Vittorio Alfieri è il primo poeta che, in Italia, pronunci a gran voce una parola nuova moralmente: antesignano di una letteratura e di un’arte nuova. Egli grandeggia, prima che nella storia del dramma, in quella dello spirito italiano del momento.

Tonino Cicinelli
Regista e direttore della compagnia teatrale “Amici del teatro”

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