La mostra “Mani-Fattura: le ceramiche di Lucio Fontana”, allestita alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, è la prima grande esposizione museale interamente dedicata a questo segmento della sua produzione
Vidi per la prima volta un “tondo” in ceramica di Lucio Fontana qualche anno fa e ne rimasi incantato.
Ridurre Fontana all’immagine iconica del taglio significa tradire e omettere la complessità di un artista che ha attraversato la materia prima ancora di ferirla. L’ha sentita, l’ha plasmata e l’ha sfidata in una lotta che sembra più una danza a due.
Le mani prima ancora del taglierino.
Prima del vuoto, prima dello spazio, c’è il corpo che affronta la forma. E la ceramica è il luogo in cui questo corpo prende vita.
La ceramica non è per lui un mezzo, ma una soglia: un luogo primordiale in cui il gesto prende forma, in cui l’idea si sporca, si incrina, si lascia attraversare dal tempo e dal fuoco. In queste opere la creta non obbedisce: reagisce, trattiene, restituisce.

Nella mostra veneziana Fontana non è l’artista del gesto iconico, definitivo, ma il corpo che lavora, che modella, incide, ferisce e accarezza allo stesso tempo. Ogni figura, ogni superficie smaltata, ogni frammento racconta una relazione intima e irripetibile con la materia. Non c’è distanza, non c’è concetto che non passi prima dalle mani.
Le ceramiche pulsano. I colori colano come lava, le superfici si gonfiano, si spezzano, brillano. Figure sacre e profane convivono senza gerarchia: crocifissi, animali, maschere, forme informi. Tutto è attraversato da una stessa urgenza vitale. La materia diventa carne, la scultura diventa evento.



È qui che il vuoto comincia a farsi sentire. Si doveva intuire che tutto partiva proprio da questa materia.
Nelle fenditure, nei buchi, nelle lacerazioni già presenti nella ceramica, lo spazio non è un’idea astratta ma una presenza fisica, un respiro. Il taglio, allora, non sarà un atto di rottura, ma un atto di continuità: la naturale prosecuzione di un dialogo iniziato nella terra.
La ceramica trattiene l’imprevisto, il rischio, l’errore. Il fuoco trasforma, tradisce, rivela.
Fontana è a suo agio in questo processo senza dominarlo, lasciando che l’opera “accada”. In questo abbandono risiede la sua modernità più profonda: l’opera non è mai chiusa, mai definitiva. È sempre in tensione.
Questa mostra non chiede di guardare Fontana diversamente, ma di guardarlo più lentamente. Di riconoscere che prima di aprire lo spazio, Fontana ha ascoltato la materia. E che in queste ceramiche — fragili, incandescenti, necessarie — la materia continua a respirare. E poi?
Il “pieno vuoto”, lo spazio oltre, l’idea di rompere ed attraversare il sipario verso scenari mai descritti.
Edoardo Bernardi