Tollerare gli intolleranti?

Il dibattito sulla presenza di una casa editrice di stampo nazista a Più libri più liberi.
Libertà senza limiti anche per chi teorizza la fine di ogni libertà?

La domanda torna ciclicamente a farsi urgente: una società democratica deve tollerare anche chi usa la libertà per negarla? La presenza di una casa editrice considerata di dichiarato stampo nazista alla fiera Più libri più liberi ha riaperto un confronto che non riguarda soltanto il perimetro della libertà di espressione, ma la sua stessa tenuta.
Nel 1945, Karl Popper pubblicava La società aperta e i suoi nemici, formulando un concetto passato alla storia come il paradosso della tolleranza: “se estendiamo un’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, allora i tolleranti saranno di strutti e la tolleranza con essi”.

Per Popper, la tolleranza non può includere chi rifiuta il principio stesso del confronto razionale e democratico e predica, esplicitamente o implicitamente, la violenza o la sua legittimazione.

Nel caso in questione, la casa editrice, il cui catalogo si fonda, secondo un appello firmato da numerosi intellettuali ed editori, “in larga parte sull’esaltazione di esperienze e figure fondanti del pantheon nazifascista e antisemita”, non ha scelto il terreno del confronto pubblico, ma ha risposto alle polemiche con un sorriso, con una forma di disinvoltura che relativizza ogni obiezione. Ed è forse proprio quel sorriso a risultare inquietante.
A queste riflessioni si affianca con forza il pensiero di Hannah Arendt, che ha mostrato come il totalitarismo cresca negli spazi di normalizzazione e indifferenza.
Il vero pericolo, per Arendt, non è l’opinione estrema in sé, ma la sua trasformazione in pratica politica legittimata, resa “una voce come le altre”, mentre erode dall’interno il mondo comune. Il male può diventare banale, scriveva, proprio quando smette di apparire scandaloso.

Più di recente, Judith Butler ha insistito sul fatto che i discorsi non sono mai neutri: hanno un potere performativo, producono effetti materiali, costruiscono cornici di riconoscimento o di esclusione. Normalizzare l’odio significa contribuire a un contesto in cui alcune vite vengono considerate meno degne di essere vissute e meno degne di essere difese. Figuriamoci quando quell’odio viene organizzato, stampato, diffuso sotto forma di libri.
Si tratta, dunque, di difesa dello spazio pubblico, non di censura delle idee in quanto tali. Un editore che si richiama al nazismo non porta semplicemente “un’opinione scomoda”, come è stato sostenuto durante alcuni dibattiti dei giorni scorsi, ma un’ideologia storicamente fondata sulla negazione dell’uguaglianza, sull’eliminazione del dissenso, sulla distruzione sistematica della libertà, mascherando l’apologia di fascismo e nazismo per ricerca storica. Fingere che si tratti di una voce come le altre significa accettare una falsificazione radicale del concetto stesso di pluralismo.

Non a caso, contro la presenza della casa editrice alla fiera romana, si è levata una lettera aperta firmata da scrittori, scrittrici, intellettuali e operatori culturali. La lettera non invocava censure generalizzate, ma poneva una questione di responsabilità: può una manifestazione che si presenta come spazio della libertà editoriale offrire legittimazione a chi si richiama esplicitamente a un’ideologia responsabile di genocidi, persecuzioni e distruzione sistematica della libertà? In quella presa di posizione si ricordava un punto essenziale: l’antifascismo non è un’opinione tra le altre, ma il fondamento costituzionale della nostra democrazia.

Il problema, allora, non è solo se tollerare gli intolleranti, ma chi oggi sta restringendo gli spazi della libertà reale. Quando si normalizza la presenza dell’esercito nelle scuole, quando si confonde educazione civica e addestramento all’obbedienza, quando si punisce il dissenso studentesco, quando si riscrive la storia nei documenti ufficiali omettendo fascismo, violenze coloniali, repressioni, non siamo più nel campo della neutralità.
Alla luce di tali considerazioni possiamo riformulare la domanda iniziale in questo modo: chi oggi sta davvero limitando la libertà? Chi chiede di escludere l’apologia del nazismo da una fiera culturale, o chi riscrive la storia, normalizza la violenza, riduce gli spazi del dissenso, svuota la memoria antifascista e trova anche chi pubblica queste posizioni?
La libertà è una costruzione fragile, che richiede memoria, rigore, responsabilità. Tollerare chi lavora sistematicamente per distruggerla è segno di resa, non di apertura. E forse, oggi più che mai, la lezione di Popper andrebbe letta insieme a quella della storia italiana, per ricordare che la democrazia va scelta, praticata e, quando serve, protetta.

Elisa Trifelli
Docente
Dott.ssa in Filosofia

Lascia un commento

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora