Scherzàvole del vocabolario // 29

Chi legge le mie favolette potrebbe non sapere che la mia formazione superiore e universitaria è da informatico. La cosa “simpatica” è che quando dicevo di frequentare il corso di Scienze dell’informazione, spesso mi sentivo replicare: — Ah, giornalista!
No, non ero un giornalista, anche se dopo la laurea mi è capitato spesso di scrivere su riviste di informatica italiane (originali o in traduzione) e, addirittura, di trovarmi coinvolto nella produzione di una rivista straniera di informatica, durata, purtroppo, solo tre anni.
Ma la mia “marcia di avvicinamento” al computer l’ho iniziata da bambino, quando guardavo in tv l’ingegner Roberto Vacca che, dall’alto della sua qualifica di futurologo, spiegava anche algoritmi informatici. Poi, durante la scuola media, i primi home computer, il primo corso di informatica su computer professionali con Carlo Todini e Luigi de Cave come insegnanti. E poi il passaggio alla scuola superiore, con l’inevitabile scambio di aneddoti tra noi studenti. In uno di questi aneddoti, il mio interlocutore aveva chiesto al suo rivenditore di fiducia il perché del malfunzionamento di non ricordo piú quale programma e, in risposta, ha ricevuto una frase dal sapore tecnologico-religioso:

Misteri dell’informatica
Oggi Sara e la sua classe sono impegnate con la lezione di coding. La lezione prevede di pasticciare coi diagrammi a blocchi o diagrammi di flusso. L’animatore digitale ha chiesto a Simona di disegnare lo schema a blocchi che, secondo lei, risolve un problema di matematica che avevano visto in classe il giorno prima. nSimona lo disegna secondo le sue capacità.
Il maestro guarda lo schema e chiede: — Simona, sei sicura che in questo punto ci vada un input e non un output?
Simona, titubante: — Sí, credo di sí.
E l’animatore: — Adesso lo eseguiamo come fossimo un computer e ti accorgerai che in questo diagramma c’è un bel bug. Un baco grosso cosí.
— Ah! Un bacone! — esclama Sara dal suo banco.

Baco, sostantivo maschile di etimo incerto, è il nome generico con cui si indicano i vermi in generale e quelli intestinali in particolare, soprattutto in Toscana, oppure le larve di diversi insetti che vivono nella farina, nella crusca o guastano carne, formaggio, frutta. Il baco da seta è, invece, il bombice o bigatto. In senso figurato, un baco è una magagna, un difetto fisico o morale. In informatica, è un errore di programmazione che può causare malfunzionamenti e perdite di dati. Secondo Treccani, sarebbe un difetto di programma applicativo, ma è una definizione troppo ristretta perché l’errore si può annidare a qualunque livello, dalla progettazione e realizzazione del microprocessore, all’errore di programmazione di un applicazione passando per l’errore di programmazione del sistema operativo. Baco è un adattamento dell’inglese bug (insetto) perché si racconta che un insetto finito in uno dei primi computer abbia causato il malfunzionamento dei suoi circuiti. E, non a caso, l’operazione di ricerca e correzione di errori concettuali, quelli non rilevabili automaticamente, si chiama debugging.
Il termine baco compare anche in antiche locuzioni. Fare baco o fare baco baco, probabilmente un rifacimento toscano di bao bao incrociato con baco per il suo improvviso affacciarsi dalla frutta, significa spaventare qualcunə comparendolə improvvisamente davanti, fare bau bau. Ma significa anche stare nascostə facendo capolino per spiare.
Baco ha come diminutivi bachino, bacolino, bacherello e come peggiorativo bacaccio.
Bacone, invece, è l’italianizzazione del cognome inglese Bacon associato, in genere, al filosofo del xvi secolo Francesco (Francis Bacon) e al precedente filosofo e scienziato Ruggero (Roger Bacon, del xiii secolo), il Doctor mirabilis, uno degli antenati del metodo scientifico formalizzato da Galileo Galilei.

Gianluca Pignalberi
Edicolante, tipografo digitale per editori accademici, collaboratore di Massimo Polidoro.

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