La relatività morale

Gaza e il risveglio del Leviatano Occidentale

Gaza non è che l’incipit, il primo violento battito di ciglia di un gigante che si ridesta. Per l’Occidente, custode di una memoria selettiva, il mondo si divide ancora tra vite che pesano come marmo e vite che svaniscono come cenere. È la tragica dialettica del “sangue e sangue”, una gerarchia ontologica dove il dolore dell’altro è solo un rumore di fondo nel grande concerto del dominio globale.

Nelle sale opulente di Monaco, nel febbraio 2026, l’eco delle parole del Segretario di Stato Marco Rubio ha squarciato il velo dell’ipocrisia diplomatica. Il suo non è stato un semplice discorso, ma un’invocazione ancestrale: un’esaltazione di cinque secoli di espansione imperiale, invitando l’Occidente a non espiare i propri “peccati passati” ma a rivendicare con orgoglio una missione egemone per controllare il destino economico e politico del pianeta. In questa visione, l’America non è solo una nazione, ma il perno di un sistema che, fin dal 1940, ha visto le lobby sioniste tessere una trama di influenze capace di mutare il DNA del governo statunitense.

Dal 1970, questo legame si è trasfigurato in un dogma d’acciaio all’interno del Congresso, dove organizzazioni come l’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) hanno trasformato la politica in un mercato di fedeltà strategiche. Solo nel ciclo elettorale del 2024, queste lobby hanno mobilitato oltre 53 milioni di dollari in sostegno diretto ai candidati, garantendo una vittoria al 96 % dei profili scelti e isolando sistematicamente ogni voce critica. Alcuni politici di spicco, come Hakeem Jeffries (democratico, rappresentante alla Camera per lo Stato di New York) e Jacky Rosen (senatrice democratica al Senato), figurano tra i maggiori recettori di questi flussi, con finanziamenti che superano il milione di dollari a testa, consolidando un’immunità parlamentare che rende il sostegno a Israele quasi intoccabile. Ma se l’oro delle lobby garantisce l’impunità politica, è il silicio delle Big Tech a fornire i muscoli per l’egemonia sul campo.

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Gaza è divenuta il laboratorio di una nuova era bellica grazie al Project Nimbus, un contratto da 1,2 miliardi di dollari con Google e Amazon che forniscono infrastrutture cloud e strumenti di intelligenza artificiale all’esercito israeliano. Parallelamente, la partnership strategica con Palantir alimenta sistemi di puntamento automatico, descritti come “liste di morte” digitali, che trasformano la tecnologia in un’arma di distruzione di massa. Mentre le rovine si accumulano, l’Occidente celebra la propria potenza, incapace di vedere che, nel tentativo di restare padrone del mondo, sta smarrendo l’ultima scintilla della propria umanità. Il potere finanziario della lobby non è solo istituzionale, ma alimentato da singoli magnati che orientano i flussi verso lo United Democracy Project e l’AIPAC. Tra i principali finanziatori dei candidati spiccano i nomi di: Jan Koum (co-fondatore di WhatsApp: ha donato circa 5 milioni di dollari per sostenere candidati pro-Israele); Bernie Marcus (co-fondatore di Home Depot: storico finanziatore che ha versato cifre milionarie per garantire una linea dura e conservatrice a Washington); Paul Singer (Elliott Management: influente donatore repubblicano che lega il sostegno militare a una visione di egemonia economica aggressiva).

Le nuove tecnologie e l’AI sono fondamentali per garantire controllo e supremazia sugli obiettivi territoriali strategici, come Gaza, Cisgiordania, Libano. La tecnologia trasforma il territorio in un laboratorio a cielo aperto. Il sistema Red Wolf per il riconoscimento facciale scansiona i volti dei palestinesi ai checkpoint senza consenso, inserendoli in database automatizzati che decidono istantaneamente se consentire il passaggio o segnalare un “bersaglio”; Blue Wolf è un’app per smartphone utilizzata dai soldati per fotografare civili e confrontarli con i dati di Corsight AI, creando nel contempo una mappatura biometrica totale della popolazione. La visione di Rubio non è altro che la continuità imperiale secondo le dottrine del passato, tra cui la più recente, la “Dottrina Wolfowitz” degli anni ’90, che teorizzava la necessità per gli USA di impedire l’ascesa di qualsiasi rivale globale.

Oggi, questa si fonde con il Neoconservatorismo più radicale: l’idea che l’Occidente abbia il diritto morale di imporre la propria stabilità attraverso la forza, utilizzando Israele come avamposto insostituibile. Tale architettura rivela un sistema dove politica, finanza e tecnologia convergono in un unico obiettivo: il mantenimento di un’egemonia che non ammette declino. Gaza non è dunque un’anomalia, ma il riflesso estremo di un Occidente che, per preservare i propri secoli di dominio, ha scelto di automatizzare la guerra e blindare il dissenso politico. In questo scenario, la sovranità americana appare indissolubilmente legata a logiche di pressione nate negli anni ’40 e che trasformano la nazione in un motore al servizio di una visione imperiale capace di sacrificare l’etica sull’altare della potenza globale.

Giuliana Cenci
Docente di Lettere
Dott.ssa in Scienze Storiche
Operatrice antiviolenza
Vicepresidente Associazione “Mariposa”

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