Le croci

Le croci sono ingombranti e pesano molto sulle spalle.
Gli uomini cercano di scrollarsele di dosso e farne dono generosamente agli altri perché, da impareggiabili filantropi, dicono che la sofferenza purifica e redime.
Nella Italia dei furbi e dei falsi profeti ogni giorno, complice una Stampa sghemba e collusa, coloro che vivono nel privilegio insegnano al popolo le buone maniere e l’onestà e pretendono di convincerlo quanto sia utile abbozzare e quanto sia nobile e cristiano indossare il cilicio sopravvivendo nell’indigenza.

Così il discorso della montagna, rivolto ai poveri di spirito, nella bocca degli esteti e dei Potenti, diventa il monito a tacere nel bisogno per guadagnarsi il regno in quei cieli dove essi, insieme ai disonesti, siedono sazi e irridenti.
In tale mistificazione risuona la grancassa dei Giullari e il tamburo dei frombolieri al seguito di chi, invincibile, avendo confuso gli applausi dei sodali col consenso del popolo, si esibisce nell’estasi sensuale che Bernini scolpì per Teresa d’Avila.
Mettersi in vetrina come nelle strade di Bruxelles e di Amsterdam non fa, nonostante gli abiti di gran firma e il lifting antirughe, un leader, tantomeno un monumento che duri più del bronzo.

E in tutta questa fragile fiaba, intanto, una Nazione affonda nel fango di una palude, refrattaria ad ogni bonifica.
Nel mezzo di tante parole vuote e di così diffusa incoerenza tra esse e le decisioni necessarie ed eluse, al Paese restano soltanto le croci come su quel cumulo di pietre fuori dalla Città santa, né ci sarà la pietà per una sepoltura da cui risplenda una salvifica risurrezione.

Augusto Cianfoni

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