Primo anniversario del pontificato di papa Prevost. Nel saluto in piazza San Pietro il messaggio di quello che sarebbe stata la sua missione: “una pace disarmata e disarmante”. Troppo poco per chi era abituato all’irruenza di Francesco, ma in realtà il nuovo Papa aveva ed ha in mente un progetto e un’idea di Chiesa sulla scia di Bergoglio. Lo dimostra lo scontro con Trump.
Non è Francesco. Parafrasando la nota canzone di Battisti, è questo ciò che pensarono centinaia di migliaia di fedeli e laici quando, l’8 maggio dello scorso anno, dalla loggia delle Benedizioni di piazza San Pietro dopo 3 fumate nere, al quarto scrutinio venne annunciato il nome scelto dal nuovo pontefice, l’americano Prevost: Leone XIV. Un nome antico, erede di quel Leone XIII dell’Enciclica Rerum Novarum, ma che non trasmetteva suggestioni, né innovative, né continuative rispetto al predecessore Francesco, che pure l’aveva nominato cardinale. Forse fu questo iniziale disorientamento generale che non fece cogliere, se non ai più accorti, l’importanza dell’incipit del discorso di saluto di Prevost: “Per una pace disarmata e disarmante”.

La situazione di un anno fa non era molto diversa da quella di oggi con il mondo compresso tra conflitti e l’Europa alle prese con la situazione russo-ucraina ad Est e la guerra in medio oriente a Sud, nel cuore del Mediterraneo. E soprattutto con, a capo della casa Bianca un dottor stranamore dei nostri tempi come Trump. In questo cortocircuito globale, in questo frastuono del mondo, al momento si perse o passò sotto traccia la potente invocazione del Papa. Disarmata e disarmante.
Due aggettivi diversi anche se apparentemente simili. Una pace disarmata: non può che essere tale, altrimenti è un ossimoro. È una contraddizione in termini. Traducendo: se vuoi la pace prepara la pace andando contro le politiche belliciste della teoria degli armamenti come deterrenza. E poi una pace disarmante. Cosa vuol dire se non battersi per essa; non avere paura di chiederla, di invocarla, di averla come punto di riferimento, di non considerarla un tabù. Di per sé “innocente” e davanti a questa innocenza eticamente si disarma, prima o poi, quella “manciata di tiranni che devastano il mondo” come li ha definiti lo stesso Pontefice.
Dinanzi ai portatori di guerra, i portatori di pace sono destinati a vincere perché ̶ questo è il messaggio evangelico che si è fatto strada in milioni di persone ̶ solo la pace è in grado di svegliare la ragione dal “sonno che genera mostri”.
Questa era ed è la missione che il Papa si è dato e, quando dalla predicazione ha individuato nei potenti del mondo l’ostacolo ad essa, era inevitabile che il vescovo di Roma entrasse in rotta di collisione con un Trump incapace di cogliere il ruolo e la funzione di Leone XIV come Capo dei Cattolici e della Cristianità nel mondo. Per non parlare del vicepresidente Usa Vance che, perdendo il senso del ridicolo, ha provato a dare lezioni di teologia al Santo Padre.
Stendendo un velo pietoso su questo aspetto ci avviamo alla conclusione invitando ad una riconsiderazione del percorso pontificale che, se da una parte aveva ed ha il compito di recuperare alcune fratture provocate dal precedente papato, si muove sul percorso tracciato da Francesco. Che se lo ha nominato Cardinale avrà avuto pure le sue buone ragioni.
Prevost ha bisogno di tempo: è partito da lontano, ma conosce bene la meta.
Emilio Magliano