A Palazzo delle Esposizioni di Roma, la mostra del dirompente artista affermatosi negli anni sessanta
Emilio Mazzoli sta rientrando da Roma con il suo furgone carico di opere di Mario Schifano quando si ferma per una breve sosta e un caffè al volo in autogrill. Al banco nasce uno scambio veloce con una di quelle persone di cui, in genere, non ci si ricorda neanche il nome appena usciti dal ristoro. “Di cosa si occupa?” “Sono gallerista, sono stato a prendere una serie di opere a casa di Schifano. Mi ha lasciato penare tutta la notte, ma torno con un bel carico”. Il nome di quel tizio Mazzoli se lo ricorda ancora adesso. Il tempo di quel veloce caffè gli basta per acquistare − da vorace collezionista − opere e furgone annesso seduta stante. A Modena Mazzoli rientra in taxi, ma un po’ più ricco.

Vite come quella di Mario Schifano strabordano di aneddoti. Ogni passo, ogni azione, ogni frase, quando col tempo di una vita ne vivi dieci, diventano momenti da descrivere e appuntare.
Il rischio è quello di far diventare, però, il genio un fenomeno da baraccone. L’aneddoto − e qui la dismisura degli aneddoti − può servire ad agghindare il mito, ma sarebbe irrispettoso fermarsi alla scena breve e ingiusta dell’aneddoto da post social.
Schifano, il “puma della pittura”, come lo definì Goffredo Parise, è stato in realtà, una delle figure più importanti e travolgenti della scena artistica italiana a partire dagli anni Sessanta. Oggi la bella mostra a Roma, a Palazzo delleEsposi zioni, dimostra che il suo valore non è solo intatto, ma cresce anche di respiro internazionale.
Lo chiamavano “tripolino”, lui, emigrato libico approdato a Roma, quando decorava torte con strambi disegni di creme e panna a bottega da un pasticcere del centro. Poi l’esperienza forzata dal padre al museo Etrusco per dargli dignità e un lavoro stabile. Poi… Poi la vita. Una vita vissuta sul filo dell’impossibile. La sua e quella condivisa con altri grandi della scena romana: Tano Festa, Franco Angeli e Francesco Lo Savio. Delle loro storie condividono la povertà iniziale, per alcuni estrema, condividono la vita presa a morsi a oltre cento all’ora. Nell’arte condividono un nuovo orizzonte per la pittura, la ricerca di trincea che non li fa capire da subito al collezionismo atrofizzato e fermo ad una pittura di “partito”.
Schifano, dei tre, è il genio indiscusso. Ha una marcia in più. Ha il fuoco dentro e una irresistibile e incontrollabile forza generatrice di bello. Dai paesaggi anemici dei primi anni sessanta, ai quadri pop di scritte “Esso” e “Coca Cola”. Fino ai periodi meravigliosi della pittura di getto. Paesaggi, ninfee, ritratti, mixati con smalti da carrozziere e colori ad olio spremuti direttamente sulla tela.

La passione per la fotografia, il cinema, la tv. In casa era sempre sintonizzato sul mondo con decine di televisori accesi. Doveva essere ovunque e sempre. Fotografare la voce che parla al telefono dall’altra parte della cornetta non lo aveva mai fatto nessuno. Lui invece fissava quelle voci scattando polaroid una dietro l’altra. Non è semplice parlare di un gigante come Schifano, ma di certo una cosa è vera: è uno di quegli artisti che si lasciano guardare in maniera trasversale da tutti: ceti sociali, generi, ed età.
Non è la prima volta che visito una sua mostra, ma è la prima alla quale abbiamo portato nostro figlio. Ho visto le sue reazioni, ho osservato le sue curiosità, attratto non solo dai colori e dalle dimensioni delle opere, ma soprattutto dalla dirompenza della persona che si muoveva in loop nei diversi video riprodotti. Aveva ragione il suo grande amico Moravia, quando lo definiva più uomo che artista.
Edoardo Bernardi