Ho vissuto coi venti, coi boschi, colle montagne

Cento anni dal Nobel dimenticato: Grazia Deledda tra silenzi e respiro universale

Nel 2026 ricorre il centenario di un evento che ha segnato profondamente la storia culturale italiana: l’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura a Grazia Deledda. Era il 1926 quando l’Accademia di Svezia riconobbe il valore di una scrittrice capace di dare voce, con intensità e autenticità, a un mondo apparentemente marginale come quello della Sardegna, sua isola natale. Con quel riconoscimento, la Deledda entrò nella storia non solo per il valore della sua opera, ma anche per il suo primato: ancora oggi è la prima e unica donna italiana (all’epoca seconda della storia) ad aver ricevuto il Nobel per la Letteratura. Le motivazioni del premio colgono con precisione il cuore della sua poetica: le fu assegnato per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un ideale elevato, che rappresenta plasticamente la vita come è nella sua isola natale e che con profondità e simpatia tratta problemi di interesse umano generale.

In queste parole si riconosce la capacità della Deledda di trasformare una realtà locale in una narrazione universale. Eppure, nonostante questo riconoscimento internazionale, la figura di Grazia Deledda è stata spesso messa ai margini, in secondo piano o addirittura mai considerata nei programmi scolastici di letteratura italiana. Nei percorsi didattici, il suo nome compare talvolta in modo fugace, schiacciato tra autori considerati “centrali” del canone, come se la sua voce, profondamente legata a una dimensione regionale e popolare (come Giovanni Verga, eppure…), fosse meno rappresentativa. Questo paradosso − una scrittrice premio Nobel poco valorizzata nella formazione degli studenti − solleva interrogativi importanti su come viene costruito il canone letterario e su quali criteri guidino le scelte educative, lasciando dimenticata praticamente l’intera letteratura al femminile: su questo c’è ancora molto da fare. La storia di Grazia Deledda è quella di una vocazione nata quasi in sordina, all’interno di una famiglia tradizionale ma non priva di stimoli culturali. È lei stessa a ricordarlo, al momento del ritiro del premio, con parole che sembrano già racconto: «Sono nata in Sardegna. La mia famiglia, composta di gente savia ma anche di violenti e di artisti primitivi, aveva autorità e aveva anche biblioteca».

Tuttavia, la scelta di scrivere non viene accolta con entusiasmo. Anzi, incontra resistenze che riflettono il clima culturale dell’epoca, soprattutto nei confronti delle donne. Eppure, proprio in questo contrasto si rafforza la sua determinazione: «Ma quando cominciai a scrivere, a tredici anni, fui contrariata dai miei. Il filosofo ammonisce: se tuo figlio scrive versi, correggilo e mandalo per la strada dei monti; se lo trovi nella poesia la seconda volta, puniscilo ancora; se va per la terza volta, lascialo in pace perché è un poeta. Senza vanità anche a me è capitato così». La scrittura, per la Deledda, non è una scelta ma una necessità. Una forza che ritorna, insiste, si impone. E da quella forza nasce un percorso che la porterà lontano dall’isola, senza mai davvero abbandonarla: «Avevo un irresistibile miraggio del mondo, e soprattutto di Roma. E a Roma, dopo il fulgore della giovinezza, mi costruii una casa mia dove vivo tranquilla col mio compagno di vita ad ascoltare le ardenti parole dei miei figli giovani». Roma rappresenta il punto di arrivo, il luogo della stabilità e della maturità.

Ma, nonostante il trasferimento, la Sardegna resta il centro emotivo e creativo della sua opera. Nei suoi romanzi, la terra d’origine non è mai semplice sfondo, ma presenza viva, quasi un organismo che respira insieme ai personaggi: «Ho avuto tutte le cose che una donna può chiedere al suo destino, ma grande sopra ogni fortuna la fede nella vita e in Dio. Ho vissuto coi venti, coi boschi, colle montagne. Ho guardato per giorni, mesi ed anni il lento svolgersi delle nuvole sul cielo sardo. Ho mille e mille volte poggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce per ascoltare la voce delle foglie, ciò che dicevano gli uccelli, ciò che raccontava l’acqua corrente». Questa dimensione quasi mistica si intreccia con un altro elemento fondamentale della sua poetica: il legame con il popolo, con le sue tradizioni e le sue storie. È lì che Grazia Deledda trova la materia viva della sua narrativa: «Ho visto l’alba e il tramonto, il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne, ho ascoltato i canti, le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo. E così si è formata la mia arte, come una canzone, o un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo». A cento anni dal Nobel, la voce di Grazia Deledda continua a risuonare con sorprendente attualità. In un mondo dominato dalla velocità e dalla superficialità, la sua scrittura invita a riscoprire il valore della lentezza, dell’ascolto, della profondità. Il suo percorso dimostra che anche da una realtà periferica può nascere una letteratura capace di parlare a tutti.

Ricordare questo anniversario significa non solo celebrare una grande autrice, ma anche rimettere al centro la sua figura nel panorama culturale e scolastico italiano. Il fatto che la Deledda resti ancora oggi l’unica donna italiana insignita del Nobel per la Letteratura non è soltanto un dato storico, ma una responsabilità culturale: quella di restituirle lo spazio che merita. Una voce che, nata tra i venti e le montagne della Sardegna, continua ancora a parlare.

Tommaso Guernacci
Docente di Letteratura

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