Habermas e le forme moderne del dominio

Il grande filosofo recentemente scomparso apparteneva alla scuola di Francoforte. Corrente filosofica che ha smascherato le forme moderne del dominio, la trasformazione della cultura in industria, la riduzione degli individui a massa consumatrice

La morte recente di Jürgen Habermas chiude simbolicamente una stagione della filosofia europea che ha tentato di salvare qualcosa della promessa illuministica: l’idea che gli esseri umani possano ancora comprendersi attraverso il dialogo, l’argomentazione, il confronto pubblico. Una speranza che oggi appare quasi ingenua. O forse scandalosa.

Habermas apparteneva alla Scuola di Francoforte, quella corrente filosofica che ha smascherato le forme moderne del dominio, la trasformazione della cultura in industria, la riduzione degli individui a massa consumatrice. Eppure, a differenza di altri pensatori della teoria critica, non ha accettato fino in fondo l’idea che tutto fosse soltanto potere e manipolazione.
Cerchiamo, in questo articolo, di ripercorrere alcuni dei suoi temi rilevanti per permetterci considerazioni sulla società attuale.

epa03506229 German philosopher Juergen Habermas gives a press conference at Heinrich Heine Institute in Duesseldorf, Germany, 12 December 2012. Habermas will receive the Heine Prize on 14 December 2012 which is endowed with 50,000 euros. EPA/MARTIN GERTEN

Uno dei nuclei più importanti della sua riflessione è il concetto di sfera pubblica. Non si tratta di immaginare una piazza ideale dove una cittadinanza razionale dialoga serenamente alla ricerca del bene comune. La sfera pubblica è piuttosto uno spazio fragile, conflittuale, esposto a distorsioni continue. È il luogo in cui le esperienze individuali possono però diventare questioni collettive, dove il disagio può trasformarsi in domanda politica, dove il conflitto tenta di trovare un linguaggio condivisibile.

Il filosofo aveva compreso che la democrazia vive soprattutto nella qualità della comunicazione pubblica, nel modo in cui una società discute, ascolta, forma le proprie opinioni, non solo nel modo di fare le elezioni, nelle istituzioni o nelle costituzioni.
Forse allora la domanda da porci oggi è: esiste ancora uno spazio pubblico capace di produrre ragioni comuni?
Nel nostro tempo la partecipazione è continua: commentiamo, reagiamo, siamo permanente mente esposti a flussi di informazioni, immagini, dichiarazioni. Eppure questa iperconnessione non coincide con una maggiore comprensione reciproca. Anzi! Spesso il dibattito pubblico sembra trasformarsi in una somma di monologhi simultanei. Habermas distingueva implicitamente tra una comunicazione che alimenta la sfera pubblica e una comunicazione che invece la occupa. Ci sono discorsi che cercano confronto e discorsi che cercano soltanto adesione, discorsi che vogliono chiarire e discorsi che vogliono mobilitare. In questo senso la sua riflessione sembra parlare direttamente all’epoca degli algoritmi, della viralità, della polarizzazione digitale.
Oggi non sempre si argomenta. Molto più spesso ci si posiziona. Si aderisce a un’identità. La forza di una frase sembra dipendere meno dalla sua verità che dalla sua capacità di circolare, dividere, essere condivisa.

Vi ricorda qualcosa? Stiamo discutendo o stiamo semplicemente scegliendo una tribù alla quale appartenere? La risposta riguarda il linguaggio, i social network, ma anche la qualità stessa della vita democratica. Per Habermas la legittimità politica nasce da processi discorsivi, dalla possibilità concreta che i cittadini e le cittadine partecipino alla formazione dell’opinione pubblica. Nasce nelle esperienze concrete, nei conflitti sociali, nelle fratture invisibili che attraversano la società.

La qualità di una democrazia dipende dunque dalla capacità della sfera pubblica di trasformare questi problemi in temi collettivi, portandoli dal margine al centro del dibattito. Questo punto è decisivo perché oggi le democrazie rischiano di restare formalmente intatte e svuotarsi lentamente dall’interno. Le istituzioni rimangono, le elezioni continuano, ma il dibattito pubblico perde profondità critica. La partecipazione diventa performance. La presenza sostituisce la formazione e si rischia di diventare solo utenti. Chi decide oggi quali temi meritano attenzione? Chi stabilisce quanto pesa l’evento reale e quanto la sua confezione narrativa? Il filosofo evita qui due scorciatoie opposte: l’ingenuità secondo cui basterebbe votare perché la democrazia funzioni automaticamente; e il cinismo assoluto secondo cui tutto sarebbe manipolazione e quindi ogni discussione sarebbe inutile. Difende invece un’idea più complessa e fragile: la democrazia come fatica collettiva fatta di argomentazione, ascolto, conflitto regolato, traduzione reciproca, come un equilibrio da ricostruire continuamente. Ci lasciamo con una domanda suggerita dalle riflessioni di Habermas: siamo ancora capaci di costruire ragioni pubbliche comuni oppure stiamo soltanto consumando narrazioni?
La risposta di Modena mi rincuora: una comunità che decide se aderire a una guerra narrativa e trasformare un evento traumatico in odio e propaganda oppure in discussione pubblica, riconoscimento, responsabilità.

Elisa Trifelli
Docente
Dott.ssa in Filosofia

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