Per il ministro Valditara il romanzo di Manzoni è troppo complesso per i primi anni delle scuole secondarie di secondo grado. Dibattito culturale aperto
I Promessi Sposi non è più un classico contemporaneo. È questa l’affermazione, forte e destinata a far discutere, che emerge dalle nuove indicazioni nazionali per i licei. Una provocazione che ha riacceso un confronto mai davvero sopito: quale spazio devono avere oggi i grandi classici nella scuola? Da oltre un secolo, il romanzo di Alessandro Manzoni rappresenta una tappa obbligata nel percorso scolastico degli studenti italiani. Tradizionalmente affrontato nei primi due anni delle secondarie di secondo grado, I Promessi Sposi è diventato un vero e proprio rito di passaggio culturale.
Non solo: dopo l’Unità d’Italia, l’opera ha avuto un ruolo decisivo nella costruzione dell’identità linguistica nazionale, tanto che per anni è stata considerata il testo fondante dell’italiano unitario, un modello di lingua condivisa in un Paese ancora profondamente frammentato dal punto di vista dialettale. Manzoni, con la sua revisione linguistica risciacquata in Arno, contribuì a definire uno standard che avrebbe influenzato generazioni di studenti e cittadini. Eppure oggi questa consuetudine viene messa in discussione. Non tanto per il valore dell’opera, quanto per la sua collocazione didattica e per le modalità con cui viene proposta. Il dibattito che ne viene fuori è piuttosto legittimo e altrettanto articolato: I Promessi Sposi resta un’opera grandiosa, forse il più importante romanzo della letteratura italiana, ma proporla integralmente a studenti così giovani rischia di essere poco efficace. L’osservazione personale nasce da alcuni anni di esperienza in classe: spesso la lettura si trasforma in un obbligo pesante, più legato alla tradizione che a una reale opportunità formativa. Da qui l’apertura verso le indicazioni del Ministero, che suggeriscono di ripensare l’approccio: spostare la lettura al quarto anno, affrontare il testo per brani o affiancarlo ad opere linguisticamente più accessibili. L’obiettivo, in questa prospettiva, è rendere la letteratura più fruibile e meno respingente, evitando che i classici vengano percepiti come ostacoli.

Accanto a questa posizione, però, emerge una critica altrettanto forte, che invita a spostare il focus. Il problema non è difendere Manzoni come una reliquia intoccabile, ma chiarire cosa si intende quando diciamo che un classico è contemporaneo. Un’opera non è contemporanea perché usa il linguaggio di oggi, ma perché continua a parlare dei problemi di oggi. E, sotto questo aspetto, I Promessi Sposi risulta sorprendentemente attuale. Nel romanzo si riflette su abuso di potere, violenza sui più deboli, paura collettiva, propaganda, giustizia e ingiustizia, povertà, epidemie, fanatismo e guerra − temi che attraversano ancora il nostro presente −, spesso con una profondità superiore a quella di molti testi del Novecento. Definire il testo non contemporaneo, quindi, rischia di essere fuorviante. Piuttosto, ci si dovrebbe interrogare sul modo in cui viene letto e insegnato questo romanzo. Sostenere che I Promessi Sposi sia troppo complesso per il biennio, secondo questa prospettiva critica, equivale a una resa pedagogica. La scuola non dovrebbe eliminare la complessità, ma aiutare gli studenti ad affrontarla. Se il criterio diventasse esclusivamente linguistico, si potrebbe arrivare a dei paradossi: dovremmo allora rinunciare anche a Dante, ancora più distante nel tempo?
La difficoltà non è un ostacolo in sé, ma parte integrante del percorso di formazione. Allo stesso tempo, autori come Italo Calvino, Cesare Pavese, Beppe Fenoglio o Elsa Morante restano fondamentali, ma non dovrebbero diventare il pretesto per arretrare su Manzoni. La scuola non deve limitarsi a proporre ciò che è più facile o più immediatamente piacevole, ma ciò che è formativo. Un’altra osservazione critica riguarda la proposta di posticipare la lettura al quarto anno: secondo alcuni docenti, però, si rischia semplicemente di spostare la polvere sotto un altro tappeto, senza risolvere il problema di fondo. Il romanzo, inoltre, offre un terreno ricchissimo per lavorare sulla scrittura e sull’analisi, diventando una vera palestra in vista della letteratura del triennio. In questa prospettiva, I Promessi Sposi non è solo un contenuto tra tanti, ma uno degli strumenti più solidi e sensati dell’intero biennio, soprattutto in un percorso didattico che spesso fatica a trovare coerenza e continuità. Non a caso, molti insegnanti hanno già adottato soluzioni intermedie: letture selezionate, percorsi per temi, scelta di capitoli chiave. Un approccio flessibile che mantiene la centralità dell’opera senza imporne necessariamente la lettura integrale.
Il dibattito in questione mette in luce una tensione più ampia tra tradizione e innovazione: da un lato, la necessità di aggiornare i metodi didattici; dall’altro, il rischio di perdere il contatto con opere fondamentali della nostra cultura. Forse la soluzione non sta nello scegliere tra conservazione e cambiamento, ma nel trovare un equilibrio. Non si tratta di eliminare Manzoni né di difenderlo acriticamente, ma di ripensarne l’insegnamento in modo più consapevole. In fondo, la domanda decisiva non è se I Promessi Sposi sia ancora un classico contemporaneo, ma se la scuola sia ancora capace di renderlo tale per gli studenti di oggi. Il confronto è aperto ed è tutt’altro che banale.
Tommaso Guernacci
Docente di Letteratura