A volte non ci si rende conto, nella generale distrazione, della fortuna che si ha nel condividere il tempo, le sue emozioni, i suoi disincanti e le conseguenti frustrazioni con uomini (e donne) che, abituati a volare alto come aquiloni, sfuggono alla nostra comprensione di poveri animali di modesto ingegno.
Costoro, nati con precaria intelligenza, ma pieni di sé e di tanta furbizia da discarica, pensano che gli altri siano tutti esseri inferiori, ovvero bloccati al primo stadio del darwiniano evoluzionismo. Da questa loro sicumera discende, come dai tronchi degli alberi della gomma, il prezioso lattice dal quale ricavare il caucciù della loro sapienza.
Essi non amano discutere.
Con gli occhi sempre rivolti al cielo vivono in perpetua estasi davanti al proprio ombelico e procedono per eccentrici assiomi: sono talmente sicuri di essere nati sotto un cavolo che dimenticano di coprirsi l’inguine con la classica foglia di fico.
Ne consegue che ogni cosa che dicono (che di quelle che pensano mi pare non ci sia traccia) si rivela insipida, senza sapore che non sia quello allappante della sorba immatura.
Dunque ci troviamo di fronte a fenomeni in cui la lingua confligge sempre con la materia grigia. I medici la chiamano “vagabondaggio mentale”, che è il grave disaccoppiamento tra il cervello e la parola: molte parole escono dalla loro bocca e, nel dire alteri ciò che pensano, dimostrano di non pensare a ciò che dicono, men che meno a ciò che fanno. Così va il mondo! Una volta si diceva o si sperava di essere governati da cavalli di razza; oggi, se proprio ci va bene, siamo alle prese con sterili muli o con somari dalle orecchie più lunghe della loro vista, ma dal raglio così stentoreo che molti lo confondono col suono del corno da caccia o del controfagotto.
Un aforisma raccontato dal caro, non dimenticato Ubaldo Paoletti (Recche) descrive bene questi fuoriclasse dalla incrollabile fortuna e dalle certezze tetragone: “…tu si come ’no ciócco de piro… te fa niro, ma ’n t’appicci”.
Augusto Cianfoni