Quando una famiglia resta sola

La vicenda di Pietralata.
Accorgersi in tempo quando una fragilità sta per diventare tragedia

Ci sono tragedie davanti alle quali le parole sembrano sempre troppe. La terribile vicenda di Pietralata appartiene a questacategoria.
Una bambina, i suoi genitori, una famiglia che non c’è più. E una storia dentro la quale compare anche la disabilità di una figlia, elemento che impone ancora maggiore cautela, perché sarebbe profondamente scorretto trasformare quella condizione nella spiegazione di ciò che è accaduto. Un figlio con disabilità non è una condanna e non è un fardello. Ma può diventare molto pesante la solitudine di una famiglia chiamata, giorno dopo giorno, a sostenere cure, paure, responsabilità e un futuro che spesso viene pensato con angoscia.
Ho incontrato negli anni molti genitori che non chiedevano quasi nulla per sé. Parlavano dei figli, delle terapie, della scuola, delle visite, delle difficoltà quotidiane. Raramente parlavano della propria stanchezza. Quasi fosse sconveniente farlo. Quasi come se dire «sono stanco», «ho paura», «non so più come fare» potesse significare amare meno il proprio figlio. E invece non è così. Si può amare immensamente ed essere esausti. Si può essere genitori presenti, attenti, affettuosi e nello stesso tempo sentirsi sopraffatti. È una verità semplice, ma ancora difficile da ammettere. Dietro molte famiglie che dall’esterno appaiono organizzate e capaci di affrontare tutto esistono notti ad occhi spalancati, rinunce, preoccupazioni economiche, equilibri di coppia messi alla prova, fratelli che imparano presto ad aspettare, madri e padri che finiscono per vivere quasi esclusivamente nella funzione di cura.
C’è poi una domanda che ritorna con particolare dolore: «Che ne sarà di lui quando noi non ci saremo più?». Il dopo di noi è forse uno dei pensieri più difficili da confessare. Non riguarda soltanto il presente, ma un domani che per molte famiglie appare incerto. Chi si prenderà cura di mio figlio? Chi saprà riconoscere i suoi bisogni? Chi lo proteggerà? Sono interrogativi che possono accompagnare un genitore ogni giorno e che non trovano risposta soltanto nella buona volontà o nell’amore familiare.
Hanno bisogno di una comunità presente, di servizi accessibili, di sostegni concreti, di luoghi nei quali sia possibile affidarsi senza sentirsi giudicati. Hanno bisogno soprattutto che qualcuno sappia accorgersi della fatica prima che quella fatica diventi disperazione.
Quando una famiglia vive una condizione di fragilità, infatti, non basta occuparsi soltanto della persona con disabilità. Bisogna guardare anche chi le sta accanto, il caregiver. Chiedere come dorme, se riesce ancora ad avere una vita propria, se ha qualcuno con cui parlare, se può permettersi di fermarsi per qualche ora. Prendersi cura di un caregiver significa consentirgli di continuare ad amare senza consumarsi. Significa riconoscere che anche chi sostiene ha bisogno, qualche volta, di essere sostenuto ascoltato, abbracciato, compreso.
Non sappiamo fino in fondo cosa sia accaduto dentro quella casa di Pietralata e sarebbe irrispettoso pretendere di saperlo. Possiamo però lasciare che questa tragedia ci consegni una domanda. Non una domanda sulla disabilità, ma sulla solitudine. Quante famiglie vivono accanto a noi portando in silenzio una fatica che non vediamo? Forse dovremmo imparare a chiedere un po’ meno «come sta vostro figlio?» e, qualche volta, avere la delicatezza di aggiungere: «E voi, come state?».

Virginia Ciaravolo
Psicoterapeuta-Criminologa
Pres. Associazione “Mai più violenza infinita”
Consulente/Docente Polizia di Stato

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