Una relazione che si logora giorno per giorno. La manipolazione maschile
Parliamo di suicidio
Ci sono notizie che durano un giorno, e altre che restano come un’eco. Le ultime vicende di cronaca, dalla giovane ragazza universitaria che si uccide perché aveva mentito sugli esami dati all’università alla madre con i figli che decide di porre fine alla sua vita portandosi via con sé il bene più prezioso (i propri figli), non sono solo fatti: sono segnali.
Raccontarli significa scegliere con cura le parole. Non cedere ai dettagli, non trasformare il dolore in spettacolo. Anche perché esiste ciò che la psicologia definisce effetto Werther: il rischio che certe narrazioni amplifichino altre fragilità.
Dietro ogni gesto estremo non c’è un attimo fugace, improvviso, fulmineo, ma un accumulo silenzioso. Solitudine, stanchezza, senso di smarrimento. Segnali spesso invisibili, finché non è troppo tardi.
Eppure qualcosa si può fare. Allora forse invece di rimanere attoniti, cerchiamo di fare qualcosa, ognuno con i propri strumenti. Parlare, ascoltare, esserci. Anche una presenza minima può diventare un punto d’appoggio.
La cronaca racconta. Sta a noi imparare a vedere oltre, e ricordare che nessun dolore dovrebbe restare invisibile. Diventa importante ricordare a tutti che esistono linee telefoniche dove chiedere aiuto. Ognuno di noi può attraversare momenti di disagio, disperazione, dolore e sofferenza; impariamo a chiedere aiuto.
Dove chiedere aiuto
In Italia esistono spazi di ascolto gratuiti e anonimi, dove una voce risponde senza giudicare:
Telefono Amico Italia – 02 2327 2327 (attivo tutti i giorni)
Samaritans Onlus – 06 77208977
Numero unico di emergenza 112 (o 118 per emergenze sanitarie)
Anche rivolgersi al proprio medico di base o ai servizi di salute mentale territoriali può essere un primo passo.
Chiedere aiuto non è un rumore fuori posto: è una porta che si apre.
Virginia Ciaravolo
Psicoterapeuta-Criminologa
Pres. Associazione “Mai più violenza infinita”
Consulente/Docente Polizia di Stato