Superamento del teatro borghese a fine ’800
A fine Ottocento assistiamo ad un deciso superamento del teatro borghese inteso come “scrivere come si parla”, “riprodurre al centimetro ogni cosa”, “ostinarsi a trovare la tragedia nel ‘salotto buono’ o nei ‘tinelli piccolo-borghesi’”. Il primo a rivoltarsi contro tutto ciò e ad annunciare il ritorno della poesia sulla scena è Gabriele D’Annunzio.

Il Poeta nasce a Pescara nel 1863 e muore a Gardone Riviera nel 1938. Sulla sua avventurosa esistenza è stato detto tutto: le sue origini da un mondo edonistico, il tentativo di spezzare la cerchia della sensualità sua e del suo tempo ed, infine, l’evasione cercata attraverso l’eroismo bellico e le gesta gloriose, senza dimenticare il lirico suo egocentrismo, unico protagonista di tutti i suoi romanzi e di quasi tutti i suoi drammi, così da rendere se stesso protagonista della società italiana, e tale rimanere. Ridurre tutto il mondo dannunziano in un contesto riassuntivo resta un mero tentativo evanescente, soprattutto per un animo che, nell’intera sua produzione artistica, riflette i segni evidenti e prepotenti di una formidabile personalità. Ci si limita, pertanto, a tracciare le linee essenziali del suo teatro, un teatro fondamentale nel tempo, perché introduce in Italia il “teatro di poesia” e la concezione di “opera d’arte totale” in cui si fondono parole, musica, scenografia e recitazione. Il “Vate” cerca, nel teatro, di superare il realismo borghese con tragedie moderne, mitiche e sensuali quali, ad esempio, La figlia di Iorio, celebrando così l’estetismo, l’aspetto del superuomo e il linguaggio drammatico. L’importanza del suo teatro è testimoniata da importanti punti chiave: l’innovazione drammaturgica, allorché D’Annunzio trasforma il teatro in esperienza visiva e sensoriale; il teatro di poesia (contrariamente alla poesia dominante, D’Annunzio riporta il mito e la poesia sulla scena); l’opera d’arte totale, in quanto i drammi dannunziani non sono soltanto testo, ma un insieme di luci, costumi, scenografia e musica, che portano lo spettatore ad un coinvolgimento totale; temi da superuomo, poiché le opere esplorano il culto della bellezza, la poesia travolgente e la lotta contro la mediocrità; infine il rapporto con la modernità: D’Annunzio vede il teatro, superando i limiti di quello tradizionale, come uno strumento di massa per educare e stupire il pubblico. Opere principali sono: La città morta, Sogno di un mattino di primavera, La Gioconda, Francesca da Rimini, La figlia di Iorio, La nave, Fedra.
Molti lavori vengono scritti per la grande attrice Eleonora Duse, sua amante, donna di teatro, la prima del suo tempo a contaminare la scena con le nevrosi e le contraddizioni della sua vita intima. Gabriele D’Annunzio contamina con l’arte la sua vita, la Duse porta la sua vita nell’arte.
Per D’Annunzio, il centro dell’azione teatrale diventa il centro assoluto, per cui non esiste più alcuna differenza tra presenza o assenza di una platea regolare. Ne La figlia di Iorio il Vateri afferma la costante dell’eliminazione delle quinte e dell’assorbimento della platea verso l’orizzontale dell’area del palcoscenico più vicina agli spettatori. L’idea della spettacolarità “en plein air” è confermata dal tentativo di recuperare la magia e la ritualità di un popolo raccolto intorno all’evento.
La vita celebrata da D’Annunzio non è sempre quella amata dalla nostra generazione ma, di certo, il suo animo nient’affatto mediocre si riflette in tutta la sua opera, e nei suoi drammi, in particolare, si riflettono i segni evidenti della sua formidabile personalità. In tempi nei quali la scena appare oscurata e immiserita dal culto di una “realtà” fatta scadere a livello di una grigia fotografia, egli riporta i colori, il canto, l’aspirazione a pura sublimità, ed è soprattutto nel teatro che la sua sensualità appare più anelante alla vittoria su se stessa.
Gabriele D’Annunzio è il primo che, liberando il nostro Teatro da un’imitazione francese, lo riporta a fonti essenzialmente italiane.
Risulta lui il primo drammaturgo italiano a cui il pubblico e la critica d’oltre i confini, dopo lunghi anni di indifferenza verso la nostra arte, guarda con curiosità, interesse e ammirazione; ed è a lui che il Teatro italiano deve un capolavoro quale La figlia di Iorio: nel suo stupore, nel suo incantamento, nel suo alone di trasfigurazione e di mistero, è questa un’opera intimamente sofferta, sincera, ed è, tra quante ne ha composte il D’Annunzio, la più pura in tutti i sensi.
Il suo intenso protagonismo e il suo essere superuomo possono non trovare unanime consenso ma l’esteta è, per D’Annunzio, colui che cerca di vivere la propria vita come un’opera d’arte, ed egli stesso si pone tale obiettivo di cui sono testimonianze le vicende autobiografiche dei protagonisti delle sue opere. Per il “Vate” l’estetismo, più che una formulazione teorica, diventa un vero e proprio stile di vita.
Tonino Cicinelli
Regista e direttore della compagnia teatrale “Amici del teatro”