Lavorare, lavorare…

Storia di un film che intreccia il mondo del lavoro con vicende sentimentali.
Sullo sfondo del precariato e dello sfruttamento della manodopera

“Lavorare, lavorare, preferisco il rumore del mare”, è un verso di una poesia di Alda Merini. Purtroppo, ogni giorno assistiamo, sbigottiti e increduli, alle morti sul lavoro di operai, spesso giovanissimi, che, il più delle volte, lavorano in nero e senza alcuna copertura assicurativa.
Notizie che si susseguono, purtroppo, giorno dopo giorno e che sembrano non poter avere mai fine. Ma a morire non sono solo gli operai delle fabbriche e dei cantieri. Sole, cuore, amore, per la regia di Daniele Vicari, raccontava dieci anni fa le morti silenziose, quelle che non meritano neppure un rapido servizio in televisione. Protagonista del film è Eli (Isabella Ragonese), madre di quattro bambini e sposata con Mario (Francesco Montanari), che ogni mattina si alza all’alba e, dal litorale di Torvajanica, dopo due ore di pullman, arriva a Roma per lavorare come cameriera nel bar gestito da Nicola (Francesco Acquaroli), un uomo che pensa solo ai propri interessi economici. Non se la passa meglio Malika (Chiara Scalise), extracomunitaria, collega di lavoro di Eli, che cerca anche a fatica di coniugare studio e lavoro, costretta ad ingoiare in silenzio le offese e l’ostracismo da parte della solita razzista di turno. Fortuna che a accudire i bambini di Eli, di tanto in tanto, ci pensa Vale (Eva Grieco), una performer che si esibisce in una discoteca assieme a Bianca (Giulia Anchisi). Eli continua ad andare avanti e indietro, affaticandosi sempre più. Il fisico non regge e, a un controllo medico, un dottore le diagnostica un’aritmia e le consiglia il riposo. Eli non può fermarsi e continua a fare la pendolare, ma…

Dopo Diaz, l’irrinunciabile film denuncia sugli orrori di Genova, Vicari racconta una tenera, malinconica e struggente storia di umana sofferenza e di ordinaria quotidianità. Il regista reatino s’ispira alla storia di Isabella Viola, trovata morta nel 2012 su una banchina della stazione Termini e, pur lanciando un grido di indignazione civile contro la società capitalistica, non sceglie di impaginare un film militante, alla Ken Loach. Vicari (Velocità massima, L’orizzonte degli eventi, Il passato è una terra straniera…), infatti, non alza i toni delle denuncia sociale e, quasi sottovoce, mette al centro l’amara vicenda di Eli, costretta a svegliarsi all’alba e a lavorare tutta la giornata, sotto pagata, per garantire pranzo e cena al marito disoccupato e ai figli. Al regista non interessa l’eroe con la E maiuscola, in grado di compiere grandi imprese, ma chi, silenziosamente, ogni giorno cerca a denti stretti di reggere agli urti della vita e di tenere testa a una paga da fame e a dei padroni dal cuore più nero della pece. La malattia cardiaca di Eli fa capolino in punta di piedi e diventa un sinistro ma sottile fil rouge che fa da sottofondo alla vicenda. Vicari intreccia, con un montaggio parallelo, le vicende delle due protagoniste che vivono in un’anonima periferia e mostra come anche latenera Vale fa fatica a trovare posto in un mondo popolato da persone ciniche ed insensibili. In questo film “necessario”, il regista sceglie un tono dimesso e in punta di piedi, come lo è la morte silenziosa e inattesa della protagonista che lascia senza respiro lo spettatore. In questa pellicola palpitante non mancano i nei e, se la vicenda di Eli travolge e appassiona, quella di Vale sembra troppo esile e cerebrale. A fare da ironico e stridente contraltare alla sofferta vicenda delle protagoniste, il titolo del film che rimanda alla canzone divertente e orecchiabile del 2001 intitolata Tre parole e cantata da Valeria Rossi che, all’epoca, spopolò.

Ignazio Senatore
Sindacato Critici Cinematografici e Psichiatra.
Direttore Artistico del Festival “I corti sul lettino”
Giornalista e saggista
Collaboratore de Il Corriere del Mezzogiorno / Corriere della Sera

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