Sessant’anni di Sbandieratori dei Rioni di Cori
Un’intervista al mese per raccontarci oltre il folklore
A tu per tu con Marco Dari Mattiacci
Avevo 13 anni e un pomeriggio qualsiasi andai da Giovanni Pistilli per iscrivermi. Credo che fossi con Giuseppe Cappa. Non sapevamo niente degli sbandieratori, ma volevamo farne parte e nel nostro immaginario gli sbandieratori erano lui. Giovanni stava sistemando la palestra per le lezioni del pomeriggio, ci guardò sorpreso e poi ci disse di andare all’allenamento del sabato pomeriggio. All’epoca non esisteva un modo formale per iscriversi. Sapevi un posto, un orario e andavi.
Siamo all’inizio degli anni Novanta, poco dopo il famoso viaggio verso Seul, in occasione dei Giochi olimpici. Che aria tirava nel gruppo?
Era un momento difficile, di grande frattura interna. Il gruppo si era indebitato, molti dei veterani si erano allontanati e noi ragazzini ci trovammo subito in prima linea, a fare numero e a sostenere le esibizioni. Eravamo la generazione dei “pupazzi” − così ci chiamavano − ed eravamo entrati in molti in un periodo abbastanza breve, probabilmente sull’onda lunga di Seul. Abbiamo contribuito tutti insieme, come generazione, a colmare il vuoto che si era creato dopo che Giovanni Pistilli aveva lasciato la guida.

Com’erano gli allenamenti?
All’inizio ci allenava Francesco Cupiccia (“Drago”). Fu lui a metterci in condizione di esibirci. Ricordo che passava anche a prendere alcuni dei più giovani in auto per portarli agli allenamenti. I primi tempi eravamo in pochi e lui ci ha insegnato le basi. Poi man mano le cose si sono evolute.
Eppure, hai fatto dei viaggi interessanti!
Certo, in varie parti d’Europa, ma anche in Canada. A Drummondville, nel Québec, partecipammo a un festival molto grande, sponsorizzato dalla Pepsi. Una sera, vagando tra gli stand, mi accorsi che vendevano una foto che mi ritraeva mentre sbandieravo. La cosa che mi colpì è che la foto era a fianco a quella di un Maori che faceva la danza Haka. Quindi anche noi eravamo considerati “lontani”!
Poi hai scelto di fermarti.
A 21 anni o giù di lì, con l’università, non ero più a Cori, ma ho fatto in tempo a vivere quella che mi sembrò una fase di rinascita, con la bellissima Festa del trentennale e il ritorno del Festival della Collina a Cori, dopo che per anni si era trasferito a Sabaudia. L’associazionismo l’ho proseguito a Roma, dove oggi faccio la guida CAI. Le associazioni sono un bene prezioso, e in città è anche più evidente, per quel loro essere comunità e luogo di incontro tra persone e generazioni diverse.

Però non te ne sei mai veramente andato.
In alcune occasioni mi è venuto naturale mettermi a disposizione, ad esempio per il Cinquantennale. Ho curato i rapporti con il Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari, dove − dopo l’esibizione del gruppo − ci è stato chiesto di donare una bandiera da esporre come testimonianza di un patrimonio immateriale unico, quello dell’artigianalità delle bandiere dei Rioni. Abbiamo organizzato un convegno internazionale di grande spessore e una mostra nella cappella di San Tommaso con i costumi originali degli anni Sessanta e le degustazioni dei vini di Cincinnato. Il Cinquantennale è stato un grande momento di rielaborazione e credo sia stato anche determinante per la scelta che è seguita sull’apertura alle donne, dopo che anche Giovanni Pistilli in quell’occasione invitò a fare questo passo.
Sessant’anni dopo, che posto occupa la bandiera a Cori?
Cori deve molto al contributo identitario degli sbandieratori. Una cosa che mi emoziona sempre è quando arrivi il sabato pomeriggio esenti le chiarine e i tamburi quasi da ogni punto: un po’ ti abitui, ma quando torni da fuori ti fa un bell’effetto. Gli Sbandieratori dei Rioni di Cori hanno inventato una scuola unica, corese, diversa da quella toscana che domina tutto il panorama italiano. Le nostre bandiere sono interamente di legno, senza piombo alla base. Nella scuola toscana i lanci sono più alti, grazie al piombo, e si fanno principalmente impugnando la bandiera per la punta. Inoltre, i movimenti sono tendenzialmente più lenti e morbidi. Nella tecnica corese, invece, tranne alcune eccezioni, i lanci si fanno agendo sul manico e i movimenti sono più tesi e serrati, quasi militareschi.
Vedere oggi la vitalità che c’è negli allenamenti e la grande evoluzione tecnica lascia una bella sensazione. Un’esperienza di associazionismo così longeva è un patrimonio per la comunità. Sessant’anni sono veramente un bel pezzo di storia