“Una manciata di tiranni devasta il mondo”

L’infinita banalità del male nella denuncia del Pontefice

Non sono propriamente un fedele, ma bisogna riconoscere che gli uomini di Chiesa conservano nel mondo contemporaneo un grande primato. Il primato della parola, della comunicazione, della sintesi, della capacità di scegliere poche parole ben dette e che destano effetto. Hanno studiato, indubbiamente, come diceva don Guido. Una manciata, ’na manicciata, per dirla con i contadini dei nostri paesi, sembra una parola a caso, in realtà è una parola scelta, una parola che esprime pochezza e disprezzo e che immediatamente proietta nell’orizzonte comunicativo globale la distanza tra la malvagità del potere e la moltitudine e la grandezza degli uomini che ne sono governati. E che subiscono la tracotanza del potere perché si sono ritirati dai luoghi della politica, lasciandoli nelle mani della finanza, della tecnologia, del potere. Leone XIV sembrava un uomo dimesso, un piccolo contadino con la faccia bruciata dal sole ma, come tutti gli uomini umili e intelligenti, stava aspettando il momento per poter parlare. Quante divisioni ha il Papa, come chiedeva Stalin, è una domanda grossolana ed emblematica, perché il potere ha un grande limite: quello di non saper pensare che ogni cosa ha un limite. E quando lo detieni, il potere, non pensi mai al momento in cui finirà. E quando finisce di solito finisce male. Una manciata di tiranni, come quella manicciata de cerasa che mi mandava a prendere mio padre nelle mattine di primavera o la manciata di more di Ignazio Silone, quell’infinitamente poco che essi esprimono attraverso l’abisso del loro male, prima o poi arriverà alla fine del proprio cammino. Noi siamo seduti sulla sponda del fiume e aspettiamo che passi il loro cadavere, come è sempre accaduto, come sempre accade, come sempre accadrà. Chigli ardi quando cadeno fao jo botto forte, mi diceva mia nonna consolandosi così della sua statura. Tuttavia, se nel frattempo le moltitudini del mondo, in molte parti costituite di giovani, riprendono nelle mani le redini del loro destino, riguadagnano le piazze e le strade, anche quelle costituite da reti globali, forse aiuteranno i tiranni a sgombrare il campo dalla loro invadente presenza. Nel frattempo riserviamo loro tutto il disprezzo possibile per la infinità banalità del loro male.

Tommaso Conti
Vicedirettore de Il Corace

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