La generazione ’70 è vissuta nel mito di Castro e soprattutto di Guevara. “No hay nada. No hay comida, no hay corriente, no hay combustible”
Quando la smetterà con l’Iran toccherà a Cuba. Questo è ciò su cui i media internazionali sono pronti a scommettere. Nulla impedisce a Trump di volgere il suo sguardo famelico all’isola che da più di mezzo secolo ha saputo tener testa all’orso americano. In realtà la guerra degli USA contro Cuba è iniziata già da quel primo gennaio del 1959, dalla fuga del dittatore Fulgencio Batista. Non era la prima volta che, grazie agli americani, questa ex colonia spagnola aveva conosciuto la dittatura. Prima di Batista, sin dal 1924 era toccato alla polizia segreta di Gerardo Machado, soprannominato il fascista tropicale, reprimere la libertà di stampa e l’opposizione. In quegli anni la mafia americana avviò la costruzione di casinò ed alberghi per accogliere l’afflusso di turisti made in USA. Nel settembre 1933 Diaz fu deposto da Fulgencio Batista che, sempre con la copertura degli Stati Uniti, dominò la politica cubana per i successivi venticinque anni. Per accentrare maggiormente il suo potere, Batista sospese il Congresso, abolì il diritto di sciopero ed ogni garanzia costituzionale, ripristinando la pena di morte. Le rappresaglie da parte della polizia politica di Batista costarono la vita a molti oppositori. Alla fine degli anni ’50 i tempi erano maturi per un cambiamento, l’avvocato cubano Fidel Castro, precedentemente imprigionato da Batista, organizzò dal Messico la rivolta assieme ad alcuni volontari, tra cui il medico argentino Ernesto Che Guevara.

Questo gruppo organizzò una spedizione di un centinaio di persone che, sbarcate sull’isola, si insediarono sui monti della Sierra Maestra, riscuotendo un forte consenso tra i cubani. Ciò permise la costituzione di un esercito popolare che affrontò quello di Batista fino alla decisiva battaglia di Santa Clara nel dicembre del 1958. La notte di capodanno Fulgencio Batista si dette alla fuga, portando con sé il denaro delle riserve nazionali. Il primo gennaio del ’59 le colonne ribelli si diressero alla capitale senza incontrare alcuna resistenza e l’otto gennaio Fidel Castro e i rivoluzionari entrarono trionfanti all’Avana. Uno dei primi provvedimenti del nuovo governo fu la messa al bando di ogni discriminazione razziale e la creazione di scuole e posti di lavoro a cui i cubani neri prima non avevano accesso. La promulgazione della riforma agraria, che espropriava i latifondi e riuniva in cooperative le piccole aziende, e la nazionalizzazione dell’industria privarono le imprese statunitensi della proprietà delle raffinerie di zucchero. Per reazione, nel marzo 1960, Eisenhower approvò un piano della CIA per armare e formare un gruppo di rifugiati cubani per rovesciare il governo di Castro. Nell’aprile 1961 il presidente Kennedy appoggiò lo sbarco armato degli esuli cubani sulle coste della Baia dei Porci. Grazie alla mobilitazione popolare l’azione controrivoluzionaria fallì e ciò fu la principale causa dell’inevitabile avvicinamento politico di Cuba all’Unione Sovietica.
Da quel periodo in poi gli Stati Uniti decretarono un embargo totale verso Cuba, costringendo l’isola a dipendere economicamente dall’URSS. Tra gli anni Settanta ed Ottanta, il sistema scolastico e sanitario di Cuba divenne il migliore dell’America Latina, ma le sanzioni imposte dagli USA pesavano fortemente sull’economia cubana e, all’indomani del crollo sovietico nel 1991 (conosciuto come periodo especial), il paese dovette affrontare una grave recessione economica. Nel 2006 Fidel Castro si dimise dai suoi incarichi; a succedergli fu il fratello Raúl, che effettuò alcune riforme economiche, pur nei limiti del blocco imposto dagli USA, un blocco durato sei decenni con la complicità di tutti i presidenti americani che si sono succeduti in questo periodo. Miguel Díaz-Canel, attuale presidente della Repubblica di Cuba, ha dichiarato: “Esistono guerre economiche, finanziarie, energetiche, che colpiscono direttamente la popolazione civile e producono morte, sofferenza, distruzione sociale. Quella contro Cuba è una guerra deliberata, portata avanti attraverso il blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America, con l’obiettivo storico di piegare un popolo che ha scelto di non sottomettersi”.
Oggi l’assedio statunitense si riassume così: “No hay nada. No hay comida, no hay corriente, no hay combustible”. Niente cibo, elettricità e carburante. Senza neanche più il petrolio venezuelano a Cuba oggi manca la luce per molte ore al giorno. Calato il sole ad illuminare le strade rimangono solo i fari di qualche auto vecchio modello e le insegne al neon degli alberghi vuoti. Per i suoi nove milioni di abitanti a mancare sono soprattutto i beni di prima necessità. Le scorte di medicinali arrivano ogni 45 giorni, gli scaffali vuoti. L’isola, per molte generazioni di giovani al mondo, era un dito nell’occhio del gigante americano, ma anche il paese che, pur in un regime autoritario imposto dall’embargo USA, nonostante tutto riusciva a vivere felice. Cuba era la musica di Guantanamera e dei Buena Vista Social Club, era el Malecon dell’Avana, il lungomare cuore pulsante della capitale dove musicisti, turisti ed innamorati si ritrovano per condividere tramonti mozzafiato e racconti di vita quotidiana.
Ora questo sogno sembra svanire, gli Stati Uniti, come hanno fatto in Iran, stanno intensificando lo strangolamento del paese scatenando una crisi umanitaria attraverso il ricatto economico di un intero popolo. Cuba non rappresenta una minaccia per gli USA, eppure si sta riducendo alla fame un’intera popolazione. A marzo Trump ha detto: “Credo che avrò l’onore di prendere Cuba, penso di poterci fare quello che voglio”. Nel frattempo aumentano i voli di spionaggio sull’isola e, secondo il «New York Times», un intervento militare è prossimo. Probabilmente quando questo articolo uscirà, l’isola caraibica potrebbe essere tornata ad essere, suo malgrado, un’altra colonia dell’impero del male!
Ettore Benforte