Al cinema con Freud

Il ruolo del padre della psicoanalisi nella produzione filmica

“So chi sono io, anche se non ho letto Freud”, cantava simpaticamente il cantautore bolognese Samuele Bersani. E chi non conosce termini come narcisista, sadomasochista, edipico, lapsus o rimozione? Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi, con i suoi studi, è stato certamente una delle figure più rilevanti del XX secolo. L’aver dimostrato che la nostra mente non è regolata solo dalla ragione, ma da aspetti inconsapevoli, dettati dall’inconscio, ha spazzato via tutte le teorie cartesiane e l’incrollabile motto “cogito ergo sum”.

Come è noto, Freud non amava affatto il cinema e rifiutò, nel 1924, il lauto compenso di 100 000 dollari, propostogli da Samuel Goldwyn, presidente della gloriosa Metro-Goldwyn-Mayer, per collaborare alla stesura di copioni incentrati su storie d’amore tra personaggi famosi, a cominciare da Antonio e Cleopatra.
Al tempo la Settima arte era vista come un fenomeno da baraccone e Freud era impegnato a dare dignità scientifica alle proprie ricerche, al tempo, fortemente osteggiate dai colleghi per le sue rivoluzionarie teorie.
Freud declinò anche l’offerta di supervisionare la sceneggiatura de I misteri di un anima, film divulgativo sulla psicanalisi diretto da Georg Wilhelm Pabst, e “bacchettò” Karl Abraham, presidente della Società Psicoanalitica Internazionale, ed Hanns Sachs che aderirono all’invito.

Nonostante i suoi grandi rifiuti, grazie “all’invasione” di psicoanalisti costretti dopo l’avvento del nazismo a chiedere asilo oltreoceano il “verbo” psicoanalitico ben presto si diffuse negli Stati Uniti e fu saccheggiato da numerosi produttori e sceneggiatori che, al fianco dei classici “strizzacervelli”, scalcinati, seduttori ed imbroglioni, non mancarono di rappresentare sullo schermo il padre della psicoanalisi. La figura di Sigmund Freud compare ufficialmente in quattro film.
Freud – Passioni segrete, pellicola diretta da John Houston nel 1962, la cui oceanica sceneggiatura iniziale fu scritta da Jean-Paul Sartre ed utilizzata solo in parte dal regista. Il film è una sorta di “detective story” che si sviluppa nei cinque anni che vanno dal 1885 al 1890.

Sigmund Freud (Montgomery Clift), giovane medico viennese, affascinato dal mistero dell’isteria, diventa un allievo dell’eminente dottor Breuer (Larry Parks) ed inizia a prendere in trattamento alcuni pazienti. Utilizzando il metodo ipnotico analizza il giovane Carl von Schlosser (David McCallum) e Cecilia Koertner (Susannah York), una nevrotica che dalla morte del padre è paralizzata agli arti inferiori e che tiene spago alle morbose attenzioni del dottor Breuer. Grazie all’autoanalisi che sta conducendo da tempo ed all’incoraggiamento ed al sostegno della moglie Martha (Susan Kohner), Freud scopre che Carl era ossessionato da un morboso attaccamento edipico verso la madre e che Cecilia era segretamente innamorata del padre. In un’aula universitaria Freud illustra ai colleghi l’esito dei suoi studi e sottolinea la centralità della sessualità nella genesi della malattia mentale. Le sue rivoluzionarie affermazioni irritano la bigotta comunità scientifica che grida allo scandalo. Breuer non si schiera dalla sua parte e con il suo comportamento sancisce il definitivo distacco da Freud.

Il film, girato con un bianco e nero accecante, mostra i turbamenti del giovane Freud di fronte alle sue scoperte ed il suo lavoro d’autoanalisi, condotto a partire dal famoso sogno legato a suo padre. Immerso in un’atmosfera che oscilla tra sogno e realtà, il film si avvale della convincente interpretazione, nei panni di Sigmund Freud, di Montgomery Clift. Più che uno scienziato freddo e distaccato, Freud è descritto come una figura eroica che squarcia il velo oscurantista del tempo, un ricercatore corroso da dubbi sul proprio operato, un uomo ossessionato dal proprio passato e dal conflittuale rapporto con il padre.
Sherlock Holmes: Soluzione settepercento, diretto da Herbert Ross nel 1976, narra dell’improbabile incontro tra Sigmund Freud e il grande investigatore Sherlock Holmes.

In una commedia leggera, Un incuribile romantico, diretta nel 1983 da Marshall Brickman, il fantasma di Freud (interpretato magistralmente da Alec Guinness) appare ad uno psicoanalista innamorato della sua paziente e gli ricorda che dovrebbe indirizzarla ad un altro analista. In Sogni d’oro (diretto da Nanni Moretti nel 1981), il regista Michele Apicella (Nanni Moretti) sta girando un film intitolato La mamma di Freud. Il Padre della psicoanalisi compare mentre detta alla figlia Anna alcuni appunti e, in una scena successiva, parla al telefono con Jung e gli annuncia che è stato invitato in America per alcune conferenze. Moretti non tradisce il suo stile e per gran parte della narrazione lascia (volutamente) nel dubbio lo spettatore, lasciandogli credere che sta assistendo ad una dissacrante e ironica rilettura del Padre della psicoanalisi, ma in realtà le vicende riguardano un folle (Remo Remotti) che crede di essere Sigmund Freud.

Ignazio Senatore
Sindacato Critici Cinematografici e Psichiatra.
Direttore Artistico del Festival “I corti sul lettino”
Giornalista e saggista
Collaboratore de Il Corriere del Mezzogiorno / Corriere della Sera

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