Fine vita: dibattito infinito

E ancora nessuna legge

Il dibattito sul fine vita torna a polarizzare l’agenda politica e l’opinione pubblica, poiché è recente la calendarizzazione in Aula al Senato che ha riacceso una disputa ideologica e giuridica mai sopita. Il fulcro della contesa risiede nel controverso disegno di legge Zanetti-Zullo, espressione della Maggioranza di governo, aspramente criticato dalle opposizioni e dalle associazioni civili per il tentativo di restringere i criteri già sanciti dalla storica sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale. L’accusa principale è quella di voler erigere nuovi ostacoli burocratici, limitando la definizione stessa di trattamenti di sostegno vitale e rendendo di fatto più gravoso l’accesso al sui cidio assistito. Al di là dei complessi tecnicismi legislativi, la questione solleva un profondo interrogativo etico che contrappone due visioni speculari dell’esistenza umana: quella confessionale e quella non-confessionale, laica. La visione ecclesiastica fonda il proprio impianto morale sul valore trascendente della vita concepita come un bene sottratto alla disponibilità del singolo in virtù della sua origine e del suo destino ultraterreno. In questa prospettiva, la sofferenza e il transito verso la morte non sono intesi come contingenze prive di senso o meri fallimenti biologici, bensì come momenti intrinseci e culminanti dell’esperienza umana. La dignità del morente si custodisce non abbreviando il tempo dell’esistere, ma offrendo un accompagnamento integrale che unisce la solidarietà comunitaria all’efficacia delle cure palliative, rifiutando al contempo l’ostinazione terapeutica senza però cedere alla tentazione di decretare l’atto interruttivo della vita. Tuttavia, l’eticizzazione di questo principio all’interno dell’ordinamento giuridico statale rischia di tradursi in una forma di biopotere.

Questo concetto, mutuato dalla filosofia contemporanea di Michel Foucault, descrive la pretesa dello Stato e dei dispositivi istituzionali di esercitare un controllo normativo, politico e scientifico sui corpi dei cittadini, gestendone la nascita, la salute e la morte. Nel contesto della medicina moderna, l’evoluzione tecnologica ha conferito al biopotere una capacità di presa biologica senza precedenti: la tecnologia può oggi artificialmente prolungare le funzioni vitali ben oltre il decadimento naturale delle facoltà cognitive e sensorie. Il biopotere si manifesta quando il legislatore, recependo dogmi confessionali, assume il monopolio di questa gestione biologica, decidendo per via giuridica fino a che punto un organismo debba essere mantenuto in funzione. Il corpo del malato cessa così di appartenere al soggetto e si trasforma nel terreno di esercizio di una sovranità medica e politica che esautora l’autonomia esistenziale dell’individuo in nome di una preservazione biologica coatta. Dal punto di vista razionale, e se vogliamo ateo, al contrario, l’esistenza non risponde a nessun disegno trascendente. Non essendoci un aldilà, la vita terrena acquisisce un valore fondato non sulla pura biologia, bensì sulla qualità dell’esperienza e sulla libertà di scelta. Filosoficamente, l’approccio laico si radica nell’Illuminismo e nell’Esistenzialismo, richiamando l’idea che l’essere umano è pienamente libero di definire il perimetro della propria dignità. Negare a una persona cosciente, affetta da sofferenze intollerabili, il diritto di congedarsi dignitosamente dal mondo significa ridurla a un oggetto di decisioni altrui, privandola della sua agenzia morale. Per l’ateismo filosofico, decidere come e quando morire rappresenta l’estremo baluardo dell’autodeterminazione, l’atto definitivo con cui il soggetto riafferma la propria sovranità contro ogni forma di biopotere, sigillando la propria biografia secondo i propri valori.

Mentre il Parlamento esita, l’Italia continua a vivere in un limbo normativo frammentario, dove l’assenza di una legge quadro nazionale discrimina i cittadini in base alla regione di residenza. La vera laicità dello Stato si misura proprio nella sua capacità di sottrarre il corpo del cittadino alle pretese del biopotere istituzionale, garantendo il pluralismo etico e la libertà di scelta senza che il dogma di una parte si trasformi in un obbligo giuridico per tutti. In definitiva, l’essenza stessa dell’umanità risiede nella facoltà di autodeterminarsi fino all’ultimo istante, poiché, come ricordava Jean-Paul Sartre, “l’uomo è condannato a essere libero; perché, una volta gettato nel mondo, è responsabile di tutto ciò che fa”.

Giuliana Cenci
Docente di Lettere
Dott.ssa in Scienze Storiche
Operatrice antiviolenza
Vicepresidente Associazione “Mariposa”

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