Il delitto di via Poma

Trent’anni di labirinto

Era il 7 agosto 1990, un pomeriggio d’estate romano svuotato dal caldo e dall’esodo ferragostano. Negli uffici dell’Associazione Italiana Alberghi della Gioventù, al civico 2 di via Carlo Poma, nel quartiere Prati, Simonetta Cesaroni stava lavorando da sola. Aveva ventuno anni. Qualcuno entrò in quegli uffici e la uccise con decine di coltellate. Quando il corpo venne trovato, dell’assassino non c’era traccia.

Da quel momento cominciò qualcosa che non si può definire soltanto un’indagine. Il delitto di via Poma diventò − lentamente, inesorabilmente − un caso nazionale, un oggetto culturale, quasi un genere narrativo a sé. Giornali e televisioni lo tennero in vita per decenni, alimentandolo con supertestimoni, intercettazioni, colpi di scena, processi mediatici paralleli a quelli giudiziari. L’Italia ne fu affascinata e consumata in egual misura.

Le indagini fin dall’inizio mostrarono le loro fragilità. La scena del crimine fu contaminata precocemente, compromettendo la raccolta di prove decisive. Le persone sentite furono molte − colleghi, conoscenti, il portiere dello stabile, figure legate all’ufficio − ma nessuna storia reggeva abbastanza da costruire un’accusa solida. Tra tutti i nomi che emersero, quello che rimase impresso nell’immaginario collettivo fu Raniero Busco, l’ex fidanzato di Simonetta.

Busco fu processato vent’anni dopo i fatti. Nel 2010 la corte lo condannò in primo grado a ventiquattro anni di reclusione, basandosi in modo determinante su una traccia di DNA che gli veniva attribuita. Sembrava, finalmente, la fine del labirinto. Non lo era. Nel 2012 la Corte d’Appello lo assolse, ritenendo le prove insufficienti e inattendibili. Nel 2014 la Corte di Cassazione confermò l’assoluzione. Busco era innocente secondo il diritto. L’omicidio di Simonetta Cesaroni restava, di nuovo, senza autore.

Cosa rimane, allora, di questo caso? Rimane la storia di come un sistema investigativo e giudiziario − non necessariamente per malafede, spesso per i propri limiti strutturali − possa impiegare trent’anni a non arrivare da nessuna parte. Rimane la storia di una ragazza di ventuno anni che lavorava in un ufficio estivo e che non ha ancora ottenuto giustizia. E rimane, intatta, una domanda che il tempo non ha logorato: chi entrò in via Poma quel pomeriggio di agosto?
Dal punto di vista criminologico, il caso presenta elementi ricorrenti nelle indagini complesse: la contaminazione precoce della scena del crimine, la proliferazione di ipotesi non falsificabili, il peso distorsivo della pressione mediatica sulle istituzioni inquirenti. Il giallo di via Poma non è solo un mistero irrisolto: è anche uno specchio delle difficoltà sistemiche nel trattare casi in cui le prove materiali sono scarse, il tempo erode le testimonianze e il clamore pubblico finisce per sostituirsi − pericolosamente − all’evidenza processuale.
Il caso è ufficialmente irrisolto. Nessun colpevole è stato definitivamente condannato per l’omicidio di Simonetta Cesaroni.

Virginia Ciaravolo
Psicoterapeuta-Criminologa
Pres. Associazione “Mai più violenza infinita”
Consulente/Docente Polizia di Stato

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