Ama il prossimo tuo… ma anche i suoi diritti

I Gay Pride di queste settimane riportano in primo piano il tema dei diritti umani e civili. Una lettura che chiama in causa anche la teologia

Nel clima reazionario globale e di estremizzazione ideologica, clima in cui le manifestazioni pacifiste non sono semplici strumenti democratici ma atti di coraggio di cittadini che rischiano botte e persecuzioni legali, il Gay Pride assume una connotazione ancora più estrema.

In Italia vi è l’assenza di una legge penale organica contro l’omotransfobia, che rappresenta una tra le lacune più discusse del nostro ordinamento. Non si è voluto riconoscere il crimine d’odio legato all’orientamento sessuale. Mussolini non fece introdurre, nel Codice Rocco, una legge specifica contro gli omosessuali semplicemente negando la loro esistenza nella società fascista, poiché avrebbe contraddetto l’immagine perfetta e virile che si voleva proiettare. Sulla scia della stessa inquietudine, sembra che la politica, amalgamata alle interpretazioni religiose e ai suoi fanatismi, abbia frammentato e si sia contraddetta proprio sul principio della carità universale. Il mandato evangelico del «prossimo», che per sua natura intrinseca esigerebbe una dedizione incondizionata verso l’alterità e la vulnerabilità, ha subito una torsione restrittiva. L’istanza etica della compassione e del riconoscimento dell’altro si applica attraverso l’esercizio selettivo, valido esclusivamente entro i confini rassicuranti dell’eteronormatività, del binarismo di genere e dell’omogeneità etnica. La retorica della devozione religiosa si scontra quindi con una prassi politica che esclude dalla piena cittadinanza giuridica coloro che la dottrina ideale imporrebbe di custodire e proteggere. Da questo punto di vista, escludere le persone lgbtqia+ da tutele specifiche o ostacolarne i diritti contrasta con l’essenza stessa della carità cristiana.

Il dibattito teologico è interno e prevede due punti di vista. La teologia inclusiva sottolinea l’uso della religione per giustificare posizioni politiche di esclusione sociale che tradirebbero il mandato spirituale originario, trasformando la fede in uno strumento di conservazione del potere o di difesa dell’ordine patriarcale. Per gli omosessuali credenti, un primo elemento di risoluzione di questo paradosso risiederebbe nella distinzione operata da gran parte della teologia contemporanea, tra il nucleo fondante della rivelazione (il kerygma o messaggio originario) e le sue successive stratificazioni dogmatiche, giuridiche e culturali. In secondo luogo, prevale il primato dell’Assoluto sul precetto, ovvero l’incontro con il divino collocato in una dimensione sovra-razionale e meta-giuridica.

L’esperienza di fede è primariamente un atto di affidamento a un Assoluto che trascende le contingenze storiche e le formulazioni dottrinali delle istituzioni umane. Ecco dunque che la storicizzazione del dogma distingue tra la Parola divina e la sua interpretazione ecclesiastica, considerata figlia di precise epoche storiche ed evoluzioni culturali. Le religioni monoteiste non implicherebbero necessariamente un approccio letteralista o fondamentalista ai testi sacri. La teologia contemporanea ha ampiamente dimostrato come i passi biblici o coranici, tradizionalmente invocati
per condannare l’omosessualità, vadano letti nel loro contesto socio-culturale originario e non come imperativi morali universali e senza tempo. Il punto centrale, dunque, riguarda la dialettica tra natura, cultura e consapevolezza etica. La natura, esprimendosi attraverso la biodiversità, la pluralità e la differenziazione, si contrappone ai sistemi dogmatici i quali, per essenza, tendono all’omologazione e alla normatività ordinatrice. Tuttavia, l’esperienza religiosa, a sua volta contestualizzata e storicizzata nel proprio tempo, non si ridurrebbe a un cieco conformismo biologico o sociale ma, al contrario, l’etica monoteista più profonda si fonderebbe sul primato della coscienza. Nella stessa teologia cattolica, per esempio, la coscienza retta è l’istanza ultima del giudizio morale dell’individuo, persino dinanzi all’autorità ecclesiastica.

Dall’altro lato, il mondo conservatore cattolico non percepisce la propria posizione come una mancanza di carità ma la giustifica attraverso una precisa visione dottrinale e antropologica per la quale la famiglia e l’identità umana si fondano sulla complementarità biologica tra uomo e donna. Ne consegue che avversare leggi specifiche sarebbe una missione basata sul dovere morale di difendere la “verità sull’uomo” e difendere l’antropologia cristiana. Ma non supportare la legge specifica contro il crimine d’odio per orientamento sessuale non solo contrasta il principio della carità ma, sul piano socio-politico, negherebbe l’evidenza di reati basati e commessi secondo la matrice discriminatoria e non per altre ragioni. Dunque, come la Commissione Appiani eliminò l’art. 528 che puniva le relazioni omosessuali con la reclusione dal Codice Rocco, allo stesso modo non approvare una legge contro il crimine d’odio per l’orientamento sessuale definisce già l’indirizzo della società poiché le leggi hanno un forte valore educativo e culturale, segnando un confine chiaro tra ciò che la società accetta e ciò che rifiuta fermamente. Se l’unico Signore è l’Assoluto, nessun potere umano, nessuna maggioranza sociale e nessuna istituzione storica ha il diritto di definire la dignità ultima dell’essere umano.

Giuliana Cenci
Docente di Lettere
Dott.ssa in Scienze Storiche
Operatrice antiviolenza
Vicepresidente Associazione “Mariposa”

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