Il campo di calcio come metafora del teatro della geopolitica mondiale
Parlare di un evento calcistico in termini di geopolitica può sembrare azzardato solo a chi del calcio non conosce le regole e, soprattutto, la psicologia. C’è uno spazio ben delimitato e comune alle squadre: il campo, poco meno di un ettaro, un territorio da occupare palla al piede. Il pallone, l’arma necessaria a violare lo spazio oltre la linea del sacro suolo avversario: la porta. E c’è una squadra, un piccolo esercito in divisa a rappresentare il popolo dei suoi tifosi, una società sportiva o, nel caso dei mondiali, una nazione intera. L’unica differenza con gli eserciti veri è rappresentata dalla parità del numero dei giocatori in campo, ma è solo apparenza. Proprio come negli eserciti, più che il numero è la qualità degli “armamenti”, delle risorse tecniche, che fa la differenza. Undici giocatori dell’Egitto o del Qatar non esprimono lo stesso potenziale calcistico di quelli della Francia o dell’Inghilterra. Sugli spalti c’è il pubblico, i tifosi dell’una e dell’altra squadra ammessi all’evento, e altro pubblico virtuale è attaccato agli schermi di mezzo mondo. Infine, a gestire l’incontro sul campo, dovrebbe essere un arbitro rigorosamente imparziale. E proprio qui sta la differenza tra questo mondiale e gli altri precedenti. Quarantotto squadre in campo, ma “il campo” non è uguale per tutti: l’arena del combattimento calcistico è viziata.
Non che negli altri mondiali sia filato tutto liscio; il precedente in terra mediorientale con temperature impossibili e stadi sperduti nel deserto ce lo ricordiamo, così come la scelta infelice di Messi di omaggiare il sultano qatarino indossando per la premiazione, sopra la maglia dell’Argentina, il ricco dishdasha, la tunica di Tamim bin Hamad al-Thani. Oggi il mondiale nordamericano 2026 si divide tra Usa, Canada e Messico, ma sarà Trump ad avere puntati su di sé gli occhi del mondo perché lui ha ben compreso che il calcio è un grande strumento di propaganda. A reggergli il gioco − Infantino, il capo della fifa, un politico a tutti gli effetti. Lo conferma la sua scelta dei mondiali 2022, i primi d’inverno, e quelli del 2034 nell’Arabia Saudita del principe bin Salman che fece ammazzare e smembrare il giornalista Jamal Khashoggi. E non è un caso che oggi gli usa di Trump si stiano allineano ai paesi più autoritari ed antidemocratici del mondo.

Con il complice silenzio della fifa di Infantino, avvocato italo-svizzero, il calcio si è definitivamente trasformato nella geopolitica proseguita con altri mezzi. Un’accoglienza “made in ice”, fatta di perquisizioni ai giocatori dei paesi sgraditi, allenatori e personale al seguito trattati come terroristi, interrogatori lunghi diverse ore, respingimenti di tifosi e persino di un arbitro designato, reo di provenire dalla Somalia, “stato terrorista” secondo Trump. Le immagini che arrivano dagli usa restituiscono un clima tutt’altro che di festa, configurandosi come l’esibizione di forza del suo Presidente che, incalzato dai giornalisti, ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno facendo «entrare solo le persone giuste». Da un lato il calcio si presenta come uno spazio universale, capace di valorizzare il merito indipendentemente dall’origine geografica, dall’altro le frontiere invalicabili, il regime dei visti e le differenze di status tra passaporti continuano a incidere concretamente sulla credibilità dell’evento. Il calcio è uno spettacolo globale, la finale della Coppa del Mondo è lo spettacolo più visto sulla Terra.
Il tycoon ha ben compreso il valore strategico del torneo. I mondiali 2026 costituiscono un’occasione unica per proiettare l’immagine degli Stati Uniti a livello globale. Specie in un periodo di profonda stanchezza della narrazione imperiale. Tanti casi nella storia lo dimostrano: i mondiali del centenario dell’Uruguay, la vittoria dell’Italia di Mussolini e dell’Argentina della giunta militare, compresa la “mano de Dios” di Maradona contro l’Inghilterra nel 1986 per vendicare la sconfitta nella guerra delle Falkland/Malvinas. Capire come funziona il calcio oggi significa capire dove passa il potere nel mondo domani. I mondiali 2026 sono un banco di prova geopolitico per i due stretti alfieri del soft power dell’Occidente: gli Stati Uniti di Donald Trump e la fifa di Gianni Infantino. Lo stesso Infantino che, nel dicembre 2025, assegnò a Trump il fifa Peace Prize, un surrogato sportivo del Premio Nobel per la pace che la Norvegia gli aveva negato e che lui aveva dichiarato di aspettarsi.
Questo e tant’altro sarà lo spettacolo che ci verrà offerto nei circa 7000 metri quadri d’erba verde e curatissima su cui le quarantotto squadre partecipanti scenderanno a contendersi il primo posto. Non sappiamo chi vincerà la finale, ma il nome del vincitore della coppa nella geopolitica calcistica è già scritto: “Trump 2026”, a celebrare un Paese che ha completamente smarrito, ove mai lo abbia posseduto, un minimo senso di umanità e solidarietà. Cina, Russia ed India, due terzi della popolazione e del territorio mondiale, stanno a guardare. Altro che sport come inno alla fratellanza! Il calcio come linguaggio universale che unisce i popoli della Terra resta un sogno smarrito per sempre.
Ettore Benforte