Dario Fo. Nel centenario della nascita e a dieci anni dalla scomparsa del Premio Nobel per la Letteratura
Il 2026 segna due importanti ricorrenze legate alla figura di Dario Fo: il centenario della nascita e il decimo anniversario della sua scomparsa. Un’occasione preziosa per rileggere la straordinaria vicenda artistica di uno dei maggiori protagonisti della cultura italiana del Novecento, non soltanto attraverso il teatro, che gli valse il Premio Nobel per la Letteratura nel 1997, ma anche attraverso la pittura, linguaggio che accompagnò tutta la sua vita e che rappresentò una componente essenziale della sua creatività.
L’analisi del percorso pittorico di Dario Fo è impresa complessa. La vastità dei suoi interessi, le molteplici relazioni culturali, i continui intrecci tra discipline artistiche e le numerose contaminazioni che hanno caratterizzato il suo cammino rendono affascinante ogni tentativo di interpretazione, lasciando al tempo stesso aperto il campo a nuove riflessioni e prospettive di studio. Prima ancora che uomo di teatro, Fo è stato infatti un instancabile osservatore della realtà attraverso l’immagine.
Formatosi artisticamente negli anni giovanili e profondamente attratto dalla storia dell’arte, sviluppò un linguaggio pittorico personale nel quale confluirono suggestioni provenienti dalla tradizione figurativa lombarda, dall’arte medievale e rinascimentale, dalla pittura popolare e dalla grande lezione dei maestri del grottesco. Il disegno, la pittura e lo studio dell’immagine costituirono per lui strumenti privilegiati di conoscenza e di racconto del mondo. Nelle sue opere ritroviamo infatti gli stessi elementi che hanno reso celebre la sua produzione teatrale: il gusto per la narrazione, la deformazione caricaturale delle figure, la satira sociale, l’attenzione verso gli umili e gli esclusi, la forza espressiva del segno e del colore. La sua pittura appare spesso come un teatro dipinto. I personaggi sembrano muoversi sulla superficie della tela come attori sulla scena; i volti si trasformano in maschere espressive, i corpi si dilatano e si deformano per accentuare emozioni e significati. In questo senso Fo si colloca in una tradizione che affonda le radici nella cultura figurativa popolare europea, dove il racconto visivo diventa strumento di critica sociale e di partecipazione collettiva.


Particolarmente significativo è il rapporto che l’artista instaurò con i grandi cicli pittorici del Medioevo e del Rinascimento: studiò con passione gli affreschi di Giotto, le opere di Piero della Francesca e la tradizione narrativa delle immagini sacre, cogliendone la capacità di raccontare storie comprensibili a tutti. Da questi modelli trasse una lezione fondamentale: l’arte deve comunicare, coinvolgere e rendere accessibile il sapere, senza rinunciare alla complessità del pensiero.
Nelle sue tele emergono colori accesi, composizioni dinamiche e una continua tensione narrativa, la pittura non fu mai un’attività marginale o un semplice complemento alla sua notorietà teatrale. Al contrario, rappresentò un laboratorio permanente di idee. Molte intuizioni sceniche nacquero infatti da schizzi, bozzetti e disegni preparatori. Il gesto grafico precedeva spesso la scrittura, diventando il primo momento di elaborazione dell’opera. «Dico sempre che mi sento attore dilettante e pittore professionista. Ancora oggi talvolta penso che la pittura sia il mio mezzo di espressione primaria… I miei lavori teatrali spesso nascono come immagini. Disegno prima di scrivere… Disegnare ha per me una preziosa funzione di stimolo creativo». Queste parole aiutano a comprendere come, nell’universo creativo di Dario Fo, immagine e parola fossero inscindibili. La pittura rappresentava il luogo originario dell’invenzione, lo spazio nel quale prendevano forma intuizioni, personaggi e visioni che successivamente trovavano espressione nel teatro.
Nel celebrare il centenario della sua nascita appare dunque importante rappresentare non soltanto un momento commemorativo, ma creare un’occasione di rilettura critica della sua eredità artistica. Accanto al drammaturgo, all’attore e al premio Nobel emerge infatti la figura di un artista totale, capace di attraversare linguaggi diversi mantenendo sempre intatta la propria vocazione narrativa e civile. La riscoperta della sua produzione pittorica contribuisce oggi a restituire l’immagine più completa di un protagonista della cultura europea del Novecento per il quale arte, conoscenza e impegno sociale costituivano un unico, inscindibile percorso creativo.
Giorgio Chiominto
Architetto