L’eterno Pinocchio dentro di noi

Bicentenario della nascita di Carlo Collodi
Temi e filosofia del romanzo italiano più letto al mondo, oltre lo snobismo delle aule e il mito della fiaba

C’era una volta… Un re! diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno. Basterebbe anche solo iniziare dall’incipit del romanzo − un’introduzione meravigliosa e folgorante che ribalta subito le aspettative del lettore − per innamorarsi ancora una volta. Eppure nel panorama culturale italiano si consuma da decenni un paradosso singolare, un misto di snobismo intellettuale e amnesia collettiva che porta a ignorare le vette più alte della nostra tradizione letteraria. In occasione del bicentenario della nascita di Carlo Lorenzini, universalmente noto come Carlo Collodi, proviamo a riscoprire, togliendo tanta di quella polvere, un capolavoro assoluto che inspiegabilmente non leggiamo più, soprattutto all’interno delle aule delle nostre scuole. Parliamo di un’opera che non avrebbe alcun bisogno di presentazione, e che invece, per una strana forma di miopia culturale, si tende a dimenticare. Le avventure di Pinocchio non è un libro qualunque: è il romanzo italiano più diffuso e tradotto al mondo nella storia. Vi è stato un momento in cui la sua diffusione globale è stata seconda soltanto alla Bibbia. Nonostante questo primato strabiliante, Pinocchio è praticamente sparito dai radar scolastici e dai programmi di cultura generale. Nelle scuole non viene toccato, quasi fosse un oggetto estraneo alla Letteratura con la L maiuscola.

Ma per quale motivo l’istituzione scolastica ha rimosso il burattino più famoso del mondo? La risposta risiede in un antico pregiudizio radicato nella nostra mentalità: Pinocchio viene liquidato frettolosamente come un romanzo per ragazzi, una “storiella” di poco conto destinata esclusivamente all’infanzia. A peggiorare questa percezione ha contribuito l’immaginario pop, che ha trasformato un testo denso e spigoloso in una semplice fiaba. Eppure, l’immaginario visivo ha saputo anche restituire la vera anima del libro: basti pensare al capolavoro televisivo diretto da Luigi Comencini nel 1972, con Nino Manfredi nei panni di Geppetto e Gina Lollobrigida in quelli della Fata Turchina (nel cast anche Franco Franchi e Ciccio Ingrassia). Con la sua memorabile serie TV, Comencini rimosse ogni patina artificiale per calare Pinocchio in un’Italia rurale, poverissima e malinconica, dove il legno si faceva carne per fame e per amore. Quell’adattamento dimostrò la natura profondamente umana e sociale del testo, ma l’accademia ha preferito comunque ritrarsi: tuttora si preferisce pensare che lo studio debba occuparsi soltanto di “cose serie”. Il confronto storico ed editoriale è, in questo senso, emblematico: Le avventure di Pinocchio vide la luce nel 1881 (inizialmente pubblicato a puntate sul «Giornale per i bambini», poi in volume unico nel 1883), lo stesso identico anno in cui fu pubblicato I Malavoglia di Giovanni Verga. Eppure, il destino dei due testi è stato diametralmente opposto. Il capolavoro del Verismo viene ancora oggi assegnato in massa alle classi superiori, nonostante sia un romanzo straordinariamente complesso, strutturato su una lingua e una coralità difficili da assimilare senza una solida maturità critica. Al contrario, Pinocchio, che offre infiniti livelli di lettura, viene bandito con troppa spensieratezza.

Se si gratta via la vernice del racconto per bambini, ci si accorge che l’opera di Collodi è una macchina narrativa di straordinaria complessità.
Al di là della fiaba, è prima di tutto un grande romanzo di formazione e, al contempo, un romanzo picaresco, un romanzo d’avventura. L’opera affonda le sue radici nella tradizione orale toscana e nel folklore popolare, ma riesce a fondere questa dimensione con la più alta letteratura colta. Tra le sue pagine risuona la grande eredità di Alessandro Manzoni per la gestione della lingua, la struttura dantesca del viaggio iniziatico e del superamento della colpa, e soprattutto l’influenza di Apuleio. Il tema classico della metamorfosi e della trasformazione è l’asse portante del libro: la celebre trasmutazione di Pinocchio in asino è una citazione diretta, chiara ed evidente dell’asino d’oro apuleiano.

Al di là del valore letterario, Collodi ha saputo fotografare l’Italia dell’Ottocento come nessun’altra opera è riuscita a fare. Il romanzo descrive la società popolare, quella contadina e rurale che si stava faticosamente costruendo in quegli anni post-unitari. Una società ancorata al proprio sistema di valori tradizionali, ma investita da una transizione epocale: la metamorfosi antropologica da civiltà contadina a classe borghese. Non è un caso che l’autore non si rivolgesse solo ai bambini, ma mirasse a un pubblico più ampio, appartenente alla classe sociale media e bassa. L’intento di Collodi era fortemente pedagogico e civile, inserito in un momento storico in cui la neonata nazione italiana aveva un disperato bisogno di identità. L’opera è inoltre impregnata della filosofia del suo tempo, in particolare attorno al nucleo del controllo sociale e dell’educazione. Pinocchio incarna la vitalità istintiva, anarchica e pura del bambino. Questa forza vitale deve però scontrarsi con un modello educativo rigido, che esige che tale energia venga costretta, disciplinata e rinchiusa dentro una forma. Proprio i concetti di forma, corpo e fisicità sono centrali all’interno della narrazione.

A legare il tutto vi è il tema del doppio: Pinocchio è un personaggio intrinsecamente ambivalente, perennemente diviso tra il desiderio di conformarsi alle regole e la spinta selvaggia verso la libertà, tra la sottomissione e la ribellione. È questa costante duplicità a renderlo tragicamente e meravigliosamente umano.
A duecento anni dalla nascita del suo creatore, il modo migliore per onorare Carlo Collodi è compiere una scelta controcorrente: riprendere in mano il libro e farlo leggere stabilmente a scuola, rimettendolo così al centro del nostro canone letterario.

Tommaso Guernacci
Docente di Letteratura

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