Ho sfogliato, nel tempo, molti documenti che trattano Cori. Tra questi scelgo lo studio dello storico Gioacchino Giammaria sull’abbazia benedettina della Trinità fondata in montagna. I ruderi si trovano a 800 m circa di altitudine, proprio nella località chiamata Badia. L’abbazia fu attiva tra il 1100 e la metà del 1500 e fu unita alla chiesa S. Maria del Monte, situata dove ora è la chiesa dei Santi Pietro e Paolo.
Nel 1288 l’abbazia, ormai deserta, fu incorporata con i beni al monastero di Sant’Angelo
sopra Ninfa con conferma di Niccolò IV.
Ho incontrato Giammaria che mi ha donato il suo libro Una storia mille storie, nel quale racconta eventi da “mettere in ordine” in base a tempo, argomento, persone, luoghi, per dare un senso alla storia da narrare, che sempre presuppone di studiare i documenti. Ed io li ho trovati nel libro di Giammaria, che riporta fatti e nomi della Cori del Quattrocento. Questo secolo vide la costruzione del convento e chiostro di S. Oliva tramite l’intervento di Ambrogio Massari e dei maestri della pietra, i comacini.
Da p. 93 a p. 104 del libro citato si legge che i benedettini da Subiaco si spostarono nella nostra zona, chiamata Marittima, intorno al 1100 perché erano in crisi economica. Successivamente, nel 1432, papa Eugenio IV concesse ai monasteri sublacensi il monastero di S. Maria del monte Mirteto, sotto Norma e sopra Ninfa, con la chiesetta di S. Angelo. Quest’ultima aveva avuto in unione il monastero benedettino della SS. Trinità che si trovava sui monti di Cori lungo percorsi che collegavano la Marittima, nostra zona, con la Campagna, versante opposto alla montagna. Benché l’abbazia fosse in stato di abbandono, i possedimenti, anche dei trinitari, erano gestiti dai benedettini come le chiese di Cori monte. Nel 1453 i benedettini portarono davanti ai notai e ai giudici la necessità di definire l’uso delle proprietà in quanto lo spazio della SS. Trinità era situato nel territorio comunale ed utilizzato per raccogliere castagne e pascolare i maiali. Fu deciso che i trinitari mantenessero la proprietà del terreno mentre la vendita del frutto venisse gestita dal Comune, che doveva occuparsi di tagliare gli alberi e di versare ai monaci il dodicesimo del prezzo. Il Comune, inoltre, si sarebbe occupato del pascolo dei maiali, della raccolta delle castagne e della vendita delle stesse incassando moneta. In definitiva il Comune ci guadagnava non poco, ma i monaci benedettini continuavano ad essere i padroni delle stesse proprietà. Nel 1700, a Cori i fondi terrieri divennero ancora più importanti anche se l’abbazia della SS. Trinità e la chiesa di S. Leonardo, non lontana, erano ormai di rute, però rimase funzionante la parrocchia di S. Maria del Monte.
Lo studioso riporta ancora il lungo elenco dei possedimenti benedettini in montagna: orti, vignali, serroni, castagni, noci, canapine e gelsi. Scopriamo che qui si allevavano bachi da seta e si coltivava la canapa. Il nostro ricercatore ricava dai documenti benedettini nomi di famiglie di Cori. Non è possibile elencarle tutte, riporto solo quelle più conosciute: Butij, Ricchi, Fini, Saraceni, Nardi, Stalloni, Fasani (Fasanella, già trattati sul Corace), Tuzi, ColeRentij (Cola di Rienzo, trattato anch’esso) Colapsi. Egli, con pazienza certosina, appunta che alcune persone hanno un titolo: quattro sono notarij, uno è magister e c’è un dominus. Solo due donne possiedono beni: domina Letizia figlia di notaio e domina Angela Fasani. Altri nomi di famiglie: Romani, Maij, Mactei, Ciuffe, Fontecti (Fantetti?), Cappelli. Per finire, riporta che nel Quattrocento la famiglia patriarcale diventa un nucleo familiare che tramanda la discendenza con il nome. Giammaria si chiede: perché i forestieri sono considerati abitanti e come mai i monaci aumentano il patrimonio e sono attivi nel tessuto sociale? Ritengo che ogni lettore, forse, possa liberamente trovare le sue risposte.
Giancarla Sissa