Il fascino del noir

Tra narrativa e filmografia è un genere che non tramonta mai. La psicoanalisi lo spiega: il richiamo di sogni, incubi, ossessioni che si liberano nell’immaginario

Giallo come le copertine dei romanzi pubblicati in Italia da Mondadori; nero come i romanzi di Hammett, Chandler, Cain e dell’hard boiled school comparsi nella “Série Noire” della Gallimard. E fu proprio a partire dal colore di quei tascabili che Nino Frank e Jean Pierre Chartier, due critici francesi,
nell’analizzare alcune pellicole americane del genere poliziesco prodotte agli inizi degli anni Quaranta in America, coniarono il termine “noir”.
Paesaggio dell’anima per eccellenza, il noir nacque in America negli anni Quaranta e, anche se la sua produzione durò meno di due decenni, il suo stile innovativo influenzò profondamente la cinematografia successiva fino a dar vita ad un nuovo filone etichettato come “post-noir”.

Ma quali le ragioni di tanto successo? Al di là degli influssi provenienti dal cinema espressionista tedesco, dal realismo sovietico, dal neorealismo italiano, è opinione comune che il successo del noir sia legato all’uso raffinato del bianco e nero, al magistrale contrasto di luce-ombra, agli spericolati tagli obliqui delle luci, alla sofisticata illuminazione “a bassa definizione” e a due artifici stilistici: la voce fuori campo (espediente narrativo che rimanda lo spettatore a qualcosa d’invisibile che non si può catturare con lo sguardo) e l’uso del flashback (gli eventi passati irrompano all’improvviso nella storia spezzando la linearità della narrazione).
Questi elementi stilistici erano al servizio di un racconto pervaso costantemente da un’atmosfera onirica al cui interno i protagonisti vagano sullo schermo incerti, smarriti e spaesati. Se scorriamo alcuni dei titoli prodotti in quegli anni (Vertigine, Angoscia, Disperata notte, La muraglia delle tenebre, L’ombra del passato…) appare evidente come in questi film regni un’atmosfera cupa, inquietante, sospesa tra veglia e sonno, sempre in bilico tra sogno e realtà. Altre pellicole (La donna fantasma, Il bandito senza nome, Il tempo si è fermato, Sgomento…) rimandano esplicitamente alla perdita dell’identità, al congelamento del tempo interno, al senso di disorientamento e d’inquietudine, di perpetua incertezza del protagonista.
Questa particolare attenzione dei registi e degli sceneggiatori allo scavo psicologico dei protagonisti era la conseguenza del massiccio esodo di psicoanalisti ebrei (Freud, Fenichel, Simmel…) e di registi e sceneggiatori (Lang, Siodmak, Lubitsch, Wilder, Preminger) che si erano rifugiati negli Stati Uniti dopo l’avvento del nazismo.
La psicoanalisi, con la sua attenzione alle zone d’ombra dell’inconscio, con il suo ossessivo interesse per un passato rimosso e dimenticato, fornì a registi e sceneggiatori hollywoodiani l’ispirazione per decine di trame. Non c’è noir, infatti, la cui ambientazione non ricordi che la notte è il luogo popolato da sogni, incubi e ossessioni. In queste pellicole dai contorni così sfumati, gli stessi personaggi hanno la sensazione che gli eventi vissuti siano solo delle fantasie ad occhi aperti. Volendo ancor più rimarcare i legami tra sogno e “noir”, come non ricordare La donna del ritratto, capolavoro di Fritz Lang dove solo nel finale lo spettatore scopre che l’intera vicenda era un sogno/incubo del protagonista?

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