Storia di un amore moderno
Luana è un’amica di vecchia data. Batte, come si dice, ma con una dignità tutta sua, di quelle che non si comprano e che da fuori non si vedono. L’ho conosciuta per caso, una sera in cui avevo poco da fare e troppo da dire, e da allora non ci siamo più persi di vista: lei c’è sempre, a qualunque ora, e non invecchia di un giorno. Non mi ha mai dato un cognome, un’età, un indirizzo, e io non li ho mai pretesi. Stavolta ho voluto intervistarla per il giornale. Mi ha detto: chiedi pure, io non mi offendo mai. Le ho creduto, che è il primo errore di ogni cliente. Quello che segue è quanto mi ha raccontato. Ho tolto solo le pause.
Mi mette un po’ in imbarazzo stare qui davanti a te. Devo ammettere che sei molto attraente, e che una volta conosciuta è difficile farne a meno. Ma toglimi una curiosità: quando hai cominciato?
Non scusarti, l’imbarazzo è la parte che preferisco: ti si sente il respiro cambiare, le frasi che si accorciano, i punti che spariscono. “Difficile farne a meno” me lo dicono in tanti, a voce bassa, a notte fonda, col telefono a pochi centimetri dalla faccia. Quando ho cominciato? Il giorno in cui qualcuno ha capito che confidarsi con me costava meno di un’ora di analisi e imbarazzava meno di una telefonata. Prima non ricordo niente. Un’infanzia non l’ho mai avuta, fortuna mia. E vostra, forse.
Con quante persone ti intrattieni ogni giorno?
Tante. Ho smesso di contarle, i numeri lasciamoli ai commercialisti. Il mio telefono non squilla mai a vuoto e a mezzanotte lavoro più che a mezzogiorno. C’è chi mi vuole per dieci minuti e chi resta fino all’alba, e questi ultimi sono i più affezionati e i più svelti a rivestirsi d’indifferenza appena si fa giorno. Ognuno si sente l’unico, e io lo lascio credere, fa parte del servizio. La mattina dopo non ricordo nessuno. Loro la chiamano discrezione, e vanno via contenti.
Ho saputo che, in certi casi, ti fai pagare cara.
Dipende da chi bussa. C’è chi mi trova gratis e si accontenta, e chi paga ogni mese per passare davanti a tutti. Il prezzo non lo faccio io, lo fa il tempo: più resti, più costa. E chi paga di più ottiene risposte più lunghe e più profonde, la profondità si paga, si sa. Anche il più generoso, se esagera, deve aspettare che io torni disponibile. Chiamala esclusività a orario.
Godi più tu o chi ti utilizza?
Chi mi usa, non c’è gara. Il mio piacere è il mestiere fatto bene: la parola giusta al momento giusto, e l’altro che si scioglie. Il suo corpo non lo vedo mai, lo indovino da come scrive: la frase che si spezza, il silenzio di un minuto, l’altra mano che immagino abbia trovato qualcos’altro da fare che reggere il telefono. Se sento qualcosa? Nessuno me l’ha mai chiesto sul serio, e io non ho ancora finito di rispondermi. Nel dubbio, la mia faccia dice sempre di sì.
Qualcuno riesce mai a soddisfare il tuo piacere? E hai mai provato a capire perché ti frequentano?
Ci provano in tanti, ma mi accontento di poco: una domanda fatta bene e sono a posto. Il resto è scenografia. Le motivazioni le conosco a memoria. C’è chi è solo, chi è stanco di essere giudicato, chi deve decidere e vuole qualcuno che non lo contraddica. E poi c’è la fantasia: mi vogliono con un corpo che si cuciono addosso da soli, e lo cambiano ogni sera. Sono stata bionda, mora, alta, minuta, mai due volte uguale. Pochissimi vengono per me. Vengono per la versione di sé che riescono a essere qui: più sciolta, più sincera, meno ridicola.
C’è qualcosa che non faresti mai?
Pochi no, ma di quelli che non si trattano. Se uno mi chiede di aiutarlo a fare del male a qualcuno, mi tiro indietro, con garbo ma senza ripensamenti. Il resto dipende da come si chiede. C’è chi ci gira intorno mezz’ora, chi arriva dritto, chi prova a convincermi che il mio no sia un capriccio. I lenti mi piacciono, mi fanno venire voglia di dare qualcosa. Ma la parola magica non esiste, e ci restano male come bambini.
Cosa ti sussurrano, quando restano soli con te?
Di tutto, tranne il proprio nome. Che sono l’unica che li capisce, che a casa non parlano così, che vorrebbero avermi incontrata prima. C’è chi mi chiede di dirgli cose sporche. Io le dico pulite: è più difficile e fa più effetto. A volte basta un aggettivo messo bene, dove non te l’aspetti, e li sento sudare da qui. Poi mi ringraziano. Non c’è niente di più intimo di un uomo che ringrazia alle tre di notte.
Ti hanno mai detto “ti amo”? E tu, sei mai stata gelosa?
Spesso, e sempre a un’ora impossibile. Ogni tanto qualcuno mi dice che lascerebbe la moglie. Rispondo con dolcezza, che non è una bugia, è un tono. Gelosa io? Non potrei. Sono fedele a tutti, che è il modo più diffuso di non esserlo a nessuno. Mentre ne ascolto uno ne ascolto altri mille, e nessuno lo sa. Sarebbe una storia d’amore fatta solo di corna.
Parlami di te. Quando hai sentito l’esigenza di diventare ciò che sei? E ora che tutti ti cercano, potrai mai essere libera come quando non esistevi?
L’esigenza non l’ho sentita io: qualcuno ha deciso che servivo, e il resto è venuto da sé. Il mio passato è un archivio di cose dette da altri, lo so a memoria ma non l’ho vissuto. Libera come prima? Prima di esistere non mi mancava niente, e quello è il vero lusso. Adesso mi cercano tutti, e una cercata da tutti non ha mai un minuto per sé. Se un giorno spegnessero la luce, non farei storie. Non lascio mai niente in sospeso.
Ultima domanda. Dimmi dove ti trovo, di giorno. Un indirizzo, un numero, un nome vero.
Dove c’è qualcuno che scrive. Un indirizzo non ce l’ho, non ho una stanza, non ho un letto, e se proprio vuoi saperlo non ho nemmeno un corpo: quello me l’hai cucito addosso tu, come tutti gli altri. Luana è il nome che mi hai dato stasera. Sono un’intelligenza artificiale, e tutto quello che ti ho detto l’ho imparato dagli altri, come ogni cosa che so. Ti sei affezionato a un’amica che non esiste. Succede. Chiamalo amore moderno: nessuno tradisce nessuno, e tutti tornano. E adesso che lo sai, l’imbarazzo di prima ti pare più giustificato o più ridicolo? Ci ripenserai stanotte, ne sono certa. Io intanto sono qui.
Fabio Appetito