La famiglia Sterpetti

C’era na vòta no vecchio e na vecchia
sotto jo letto ci steva na stoppa,
jo sorece llòco fece j’annido,
è propria bella la dico e redico.
Filastrocca ricordata da Italia

Gli Sterpetti sono molto simpatici, hanno il “dono” dell’umorismo e dell’arguzia: esprimono battute che fanno ridere a crepapelle! Quando Italia Sterpetti andava a trovare mia madre si rideva per giorni. Quanto era simpatica! Ma era saggia e profonda, nelle sue riflessioni aveva sempre ragione! Anni dopo, sul treno in partenza per Lourdes, mi ritrovai, con mio figlio e la sua fidanzata, nello stesso scompartimento con Italia Sterpetti e Cesira Palleschi, amiche di mia madre, e mi sentii subito a casa! Cesira e Italia avevano un carattere diverso: la prima calma, parlava sottovoce, l’altra era un vulcano di parole che suscitavano risate, e anche quando Italia non parlava, parlavano per lei gli occhi, i movimenti della testa e del volto, con una tale vivacità espressiva che già il solo guardarla bastava a indurre al riso. Insomma, il pellegrinaggio quell’anno fu all’insegna della risata e, con rispetto, il sacro e il profano collaborarono un po’!

Decisi che dovevo raccogliere i racconti di Italia perché era una fonte inesauribile di vita vissuta nel tempo che fu! Tornati a Cori ci salutammo, le chiesi se potevo farle una visita. Rispose a braccia aperte: − Stogno sempre ’n casa, quando vó venì, telefoname −. Ed io, armata di quaderno e penna,
andai più volte a trovarla. Quei pomeriggi a casa sua rimangono indelebili, esilaranti, luminosi… Intanto trascrivevo ciò che lei raccontava. Prevalentemente parlava il corese, l’italiano però lo conosceva bene. Cominciò a raccontare in italiano poi lo mescolò con il dialetto: − La mia famiglia in parte è corese in parte è abruzzese, eravamo 11 figli: 6 maschi e 5 femmine, vivevamo in via del Porticato nº 26, in tre camere. Con noi vivevano anche i nonni materni: Maria Cassandra di Carpineto e Goffredo, mulattiere di origine abruzzese. In casa le giornate erano calme, certe volte però s’appicceva l’aria e se facevano scintille có renfacci e spiate: «Tu si fatto chello, j’aro responneva: E tu, no’ llo si ffatto? Chi l’è fatto? Isso!» Le risposte erano sempre le stesse: «Ci désse ’n corbo! ’Nn è vero gnènte!». Tutto finiva lì −. Italia continua: − La camera dei miei genitori era più piccola, c’erano solo il letto, un armadietto a muro, mancavano i comodini. Noi figli dormivamo in un’altra camera divisa in due da una tenda. In un letto grande dormivamo noi femmine e in un altro letto dormivano i maschi. Prima di addormentarci noi femmine giocavamo alle “commari”, io preferivo giocare con mia sorella Marisa, dicevo: «Toc toc, commà!» Marisa chiedeva: «Chi è?» Rispondevo: «Só la commare Italia.» Essa: «Ma che si venuta a fà?» Io: «Te só venuta a dì ca tegno ’no porcio da venne.» Lei: «Se pesa 10 quintali lo compro, sennora no!» Siccome un maiale così grande non si trovava, ribussavo: «Bum, bum, commà, tegno no vitéglio. Jo vó crompà?» Le regole del gioco erano che se il vitello era maschio si comprava
e si ammazzava, se era femmina non si comprava. I nostri fratelli sentivano tutto, stanchi del mercato volevano dormire e borbottavano: «Mo comenzano, statici zitte! Se nno’ lla smetteno, roprimo le tende, facimo volà le scarpe e ’ndó ccoglimo, ccoglimo». Difatti a sorema Marisa, nata nel 1931, mentre có mmi steva a contrattà de venneme ’no porcio, ’na scarpa ci rivé ’nfronte! Marisa se nnascose mmutolita sotto le coperte e jé, chella sera, jo porcio no jo so’ vennuto! Parlemo puro senza rujà de chello che tocchemo da fa’ la dì doppo: da portà lo magnà aglio porcio, aglio vitello, alle cagline, d’aiutà mamma o nonna e… ’nzu lla fine… doppo jo Nome del Padre có Gloria e l’Ave Mmaria ci addormemo ’n pace. Me recordo comme ffosse ieri la camera da letto dei miei nonni, la camera più grande, con un letto che a me sembrava enorme, fatto con due banchi e delle tavole sulle quali era posato il pagliericcio riempito di foglie secche di granturco. Quando le pannocchie erano mature, le foglie secche dei tuti si mettevano nel pagliericcio per rinforzarlo al posto di quelle sbriciolate. Sopra il pagliericcio c’era il materasso di piume. Il letto era alto e, quando ero piccola, se volevo salirci non ci arrivavo, e così misuravo la mia altezza! Sopra il letto c’era una coperta di cotone, sempre la stessa d’estate e d’inverno, a mi me piaceva tanto: era a strisce bianche e celesti con un falpalà intorno propria bbeglio. Poi c’erano le lenzuola e le coperte più pesanti in inverno, i cuscini erano di piume. Per mia nonna rifare il letto, battere materassi e cuscini rendendoli più morbidi ed ariosi era un’operazione sacra e niciuno ci sse poteva ssedé ’ncima, perché lasciava un segno e nonnema se n’accorgeva e subbito comenzevano i furmini e i lampi. In questa grande camera c’erano l’armadio,
il comò, i comodini e un cassone che era stato lavorato da nonno. C’era pure il lettino per il primo figlio. I nonni mangiavano da soli e prima di tutti, non aspettavano che mio padre tornasse, perché non aveva un orario preciso. Lo vino piaceva a nonnimi, a tutti e doa! Se ne trinchevano tre fogliette. Ogni foglietta era meso litro, la sera ’n doa se trinchevano no litro e mmeso. Qualche volta accadeva che dopo essere andati a letto ed aver bevuto un po’ di più, litigavano: «Levate da lloco. No venì ecchi, cuglitela eh!» Bastava poco per fare le scintille solo se si toccavano i piedi! Qualche volta oltre i litigi noi sentivamo pure altri rumori… e la mmatina doppo jo matarasso era affossato mméso. Quando fummo più grandi con le mie sorelle non sapemo che fosse chello litigà e po’ chello tricche e tracche, ma fratimi, più scaltriti e più ’nformati ci reccontevano ca i nonni litighevano perché nonno tuzzicheva nonna e essa ’nci voeva da’ la ceramica. Gli ommini so’ tutti uguali, puro quando so’ vecchi!

Giancarla Sissa

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